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giovedì 29 ottobre 2015

dal lavoro a casa

lo so, è solo marketing, ma il linguaggio (in questo caso visivo) è tanto importante.
vedere questa ragazza sorridere normalmente su un grande muro del centro, è una gioia!






lo so, in dialetto milanese dire negretto pare non essere peccato mortale ma soltanto veniale.
però il linguaggio (anche qui, visivo) è tanto importante.
e vedere questi negretti nella mia panetteria è un dolore, un dolore vero.



mercoledì 28 maggio 2014

separazione

l'eco prodotta dalla mia voce nelle stanze disabitate di me stessa e della mia casa, è spaventosa
insieme alla vertigine di non aver più niente da dire, più niente da fare
ho ancora molto da dire e da fare
prima però devo accogliere il nuovo posto che nel mondo mi è riservato a partire da ieri mattina

ieri mattina io e B. abbiamo firmato la separazione consensuale.

sono molto grata di aver avuto la buona sorte di questo consenso, che ha chiuso un anno di spaventose incomprensioni e dolorosissime solitarie decisioni
ora io e B. siamo soprattutto i genitori di Momo e il consenso, perseguire il consenso, ora è vitale

B. è ripartito questa mattina, appena prima dell'alba l'ho accompagnato alla stazione

mi sveglio all'alba quasi tutte le mattine, ma il colore di quest'alba era freddo e aspro, troppo vivido e troppo silenzioso, salato e molle, profumato, riempito e vuoto e pieno di troppo
un colore abissale
ho bisogno di piangere ancora, ho male al viso da quanto ho pianto
ora sono sola
ora posso finalmente contemplare la fine del mio matrimonio, attraversare il lutto, ora l'attesa è finita
posso sentire tutto il terrore di dover crescere mio figlio da sola
l'attesa è stata per un po' un comodo nido in cui far crescere le ali
ora sono sola e non sono più una moglie abbandonata, una mamma in sospeso, una figlia bisognosa, un'amica che annega nella fatica di ritrovarsi
ora sono sola, sono una mamma, sono una donna, posso riprendere il mio posto e proseguire la strada riempiendo il vuoto di voci e abitando le stanze di me stessa di molte nuove cose da dire e da fare.
è spaventoso
è terribile
sono tanto stanca
e non ho paura
proprio come Michele Amitrano di anni 9, io non ho paura

mercoledì 9 gennaio 2013

coppie miste #1




il mio lavoro, in larga parte, consiste nel couselling rivolto alle coppie miste
ma troppe volte mi sento chiedere
cosa significa counselling?
e cos'è, veramente, una coppia mista?



sara è venuta da me perchè non comprende suo marito e sente avvicinarsi il fallimento della loro relazione matrimoniale.
mi ha chiesto (sono parole sue) di poter avere una spiegazione sui codici culturali del suo compagno, in modo da capirne meglio i meccanismi di azione e di pensiero
e mi ha chiesto (ha aggiunto dopo qualche settimana) di aiutarla a trovare una chiave per poter valutare se può sentirsi appagata anche in una relazione "strana" che non ha nulla a che vedere con quello che lei immaginava

suo marito è capace di stare molto tempo (incomprensibilmente troppo) lontano da lei, per scelte lavorative
e contemporaneamente è capace di amarla moltissimo e di non desiderare in alcun modo di rompere il loro legame
sara si sente insicura non condivide la scelta di lontananza non per motivi pratici, ma perchè teme che significhi un abbandono
si rende conto però che c'è una potenzialità, nella loro coppia, un'energia che al momento non è adeguatamente sfruttata, vorrebbe essere maggiormente complice del marito e sentirsi però anche rassicurata rispetto a un legame che lei sente traballare

una coppia mista è una coppia che parla lingue diverse
tra queste lingue ci sono le lingue delle parole e le lingue del cuore, le lingue dei legami famigliari e le lingue dei rapporti con i figli, quelle della gestione conomica, quelle di chi "porta i pantaloni"

il counselling è un'attività professionale, ma non è una psicoterapia
i colloqui di consulenza stabiliscono una relazione tra terapeuta e cliente che ha lo scopo di orientare, sostenere e sviluppare
promuovere la consapevolezza
aiutare a riconoscere, e ad esprimere, emozioni e bisogni.
 sara ha bisogno di testare i propri limiti, vuole sapere da sè stessa se può effettivamente sentirsi amata da un uomo che sta per la maggior parte del tempo lontano da lei, nel suo paese o in altri paesi europei, da un uomo che quasi non spiega le motivazioni delle sue scelte, da un uomo che non si comporta come lei immaginava fosse un marito.
lei non mette in discussione nè il suo sentimento verso una persona che stima e rispetta, nè il diritto del marito a fare delle scelte in base ai suoi progetti, ma non trova, in questi progetti, quella collocazione come moglie che invece lui le dice esserci.

il nodo sta tutto qua: lui invece è sicuro di comportarsi da marito, non sa come affrontare l'insicurezza di sara, è sentimentalmente goffo e a volte diventa freddo, ma nemmeno lui mette in discussione il suo sentimento e la scelta di sara come compagna e moglie.

prima di separarsi vorrebbero capire se una nuova idea, diversa, più elastica, di cos'è un marito e cos'è una moglie, può farsi strada e coinvolgerli abbastanza da sentirsi entrambi appagati.

sara e suo marito vengono da me da qualche mese, una volta ogni due settimane.
ci sono altre donne che vengono da me con rischieste simili, affrontando da sole il percorso che il marito non desidera fare e portando da sole nuove istanze all'interno della coppia con l'intento di dare comunque nuova vita al rapporto.

a volte le coppie scoppiano comunque
il counsellor non è un nuovo e più potente medicinale in commercio
il counsellor è più simile a un'ostetrica, assiste al parto, sostiene, consiglia e incoraggia la mamma,
la rassicura
"puoi farcela, TU puoi farcela"
e non le lascia la mano fino alla nascita del bambino e anche dopo, fino a che la mamma non saprà di essere perfettamente in grado di farcela da sola

a volte, alla fine di un percorso di counselling, questo bambino è una coppia rinnovata, più consapevole e più forte
a volte è una donna che decide di chiudere una relazione fallimentare e di usare per sè le energie positive che ha
a volte è un uomo che ammette la sofferenza e decide di affrontarla
a volte è un ragazzo che riesce a trovare la giusta distanza (o la giusta vicinanza) con la famiglia d'origine
a volte è una ragazza che si sente diversa e che trova la forza di scegliere di stare con quel marito strano, allontanandosi da una comunità che la ostacola
a volte sono due genitori che trovano nuove strategie per crescere il loro bambino trovando un equilibrio migliore tra le convinzioni materne e quelle paterne

sciogliendo alcuni nodi della coppia, o di una delle due parti della coppia, qualcosa cambia
qualcosa cambia sempre




se alla fine di questo racconto, volete saperne di più 
e desiderate un appuntamento,  
e andate nella pagina dei CONTATTI

mercoledì 20 giugno 2012

negro contento

Dunque, bisogna che vi spieghi il contesto.
Un palazzo del centro di Milano, quartiere residenziale, attici e giardini, quel tipico silenzio educato e riservato, colf filippine che passeggiano i cagnolini, signore benvestite che passeggiano i nipotini, professionisti in completo che rientrano tardi dal lavoro, professioniste in tailleur con l'orecchio appiccicato al telefonino che scaricano dal SUV i sacchetti dell'esselunga, tre figli e un labrador biondo e festante.
Un tipico abitare della Milano bene.
Grazie alla buona iniziativa della mia supermamma, B ha trovato da fare una sostituzione nella portinera del palazzo dove lei abita e dove io sono cresciuta.
E' uno di quei palazzi dove tutti si conoscono e i bambini hanno giocato insieme in cortile, sono andati alle stesse scuole e adesso, magari sono anche tornati a vivere lì da adulti con le loro nuove famiglie: tutti si conoscono e tutti mi conoscono.
E quindi passano sorridenti in portineria e presentarsi e a salutare, portando in dono salaci racconti sulla mia adolescenza turbolenta, l'infanzia pasticciona, gli aneddoti più imbarazzanti.
B è una persona socievole, quando vuole, e in questo caso vuole e quindi tutto procede piacevolmente.

Naturalmente ci sono anche persone nuove, che io non conosco nè si frequentano con mia mamma..
Una di queste signore, cinquant'enne ben portata, aria sveglia e un po' severa, scende in portineria la prima mattina per chiedere al nuovo portinaio di avvisarla, per favore, nel caso fosse arrivato un pacco che lei stava aspettando.
Insiste un pochino: "mi raccomando non aspetti di vedermi passare".
"Mi scusi" prosegue senza un filo di imbarazzo e con sincera preoccupazione "ma lei sa leggere?"
B la guarda, un sorriso leggero, più negli occhi che sulle labbra.
"Sì, signora"
Gli scappa un po' da ridere, ma si trattiene.
"So anche scrivere"
"Va bene" dice lei.
E se ne va, tutta riconfortata.

Per fortuna che la signora non si è offerta di adottare il figlio negretto coperto di mosche del suo portinaio, per dargli un futuro migliore.


lunedì 16 aprile 2012

ragazze


stamattina penso a tutte le ragazze che si sposano per dare un permesso di soggiorno a qualcuno che non ce l'ha.
a quelle che sono innamorate e a quelle che lo fanno per ribellarsi contro una legge ingiusta.
tutte mettono il loro futuro nelle mani di un'altra persona: qualcuno che le amerà o le ingannerà, qualcuno che per gli anni successivi sarà comunque una presenza condizionante nella loro vita.
penso a quelle che si sposano con il dubbio che lui sia già sposato e poligamo al suo paese.
a quelle che si sposano sicure che lui sia molto meno africano di quello che è.
a quelle che si sposano sapendo cosa significa mettersi in gioco in una coppia mista e a quelle che non ne hanno la più pallida idea.
a quelle che credono che il concetto di parità di coppia sia condiviso e transnazionale.
a quelle che credono di poter condividere la sua spiritualità.
a quelle che si sbagliano e a quelle che hanno ragione.
tutte, nessuna esclusa, hanno in comune una forte dose di idealismo e io penso a loro, oggi.

il mio lavoro consiste nel dare informazioni e avviare pratiche relative alla vita di che viene a vivere in Italia: mi occupo di ricongiungimenti, mi occupo di visti, di permessi per studio e di ingressi per lavoro, di cittadinanza, di minori e anche di matrimoni.
è un bel lavoro, si ascoltano molte vite.

la maggior parte delle donne italiane che viene da me è perchè si vuole sposare, perchè il matrimonio è l'unica via per aiutare un fidanzato senza permesso di soggiorno.
non mi è mai capitato che qualcuno venisse a chiedermi solo un parere freddamente burocratico: queste ragazze hanno voglia di parlare e io ho voglia di ascoltarle.
sono quasi tutte donne che, in altre circostanze, non avrebbero scelto di formalizzare la loro unione: sono donne della mia generazione, il nostro rapporto con la comunità non è dei migliori, siamo individualiste e non desideriamo intromissioni nè da parte di Dio nè da parte dello Stato.
ma poi però si incontra un bell'uomo venuto dal mare e si scopre che non è possibile fare da sè.
che lo Stato entra anche nella tua stanza da bagno, se ti vuoi sposare uno Straniero, e viene a controllare di chi sono gli spazzolini da denti nel bicchiere e le mutande sullo stenditoio.
vabbè.
vent'anni fa forse ci saremmo ribellate.
oggi ribellarsi significa mettere quella firma e metterla in culo allo Stato.
anche quando la relazione è ben lontana dal legame matrimoniale: sono donne che amano da pochi mesi, donne che non vorrebbero ancora convivere, che non vorrebbero ancora dirsi "mogli", che quei rapporti li vorrebbero tutti sperimentare.
e mi dicono: come posso sapere se è già sposato altrove?
e mi dicono: se lui avesse il permesso di soggiorno non avrei dubbi sui suoi sentimenti per me, ma non ce l'ha e io i dubbi li avrò sempre, dunque non posso fare altro che cercare la via per conviverci oppure lasciarlo.

si sposano senza dirlo ai genitori.
si sposano pensando che la cugina del fidanzato sia forse una moglie non dichiarata.
si sposano con il dubbio che lui voglia solo un documento.
ma si sposano lo stesso, niente potrebbe fermarle.
perchè più forte di ogni cosa è il desiderio (il bisogno!) di salvare questi uomini così affascinanti e così sprovveduti.
questi uomini che si affidano, che a volte fanno pressione, che chiedono di essere salvati, che le lusingano, che fanno tornare le illusioni di ragazzina insieme alle energie da giovannadarco.
a lui serve un documento, a lei serve un sogno.
un ottimo contratto, finche dura.
lo dico senza alcuna ironia: è davvero un'ottimo contratto.
alla cui base c'è in alcuni casi molto amore, e in altri non ce n'è per nulla.
cosa importa? è un altro tipo di contratto, non ha nulla a che vedere con il matrimonio romantico anche se ne ha le sembianze, non ha nulla a che vedere con il matrimonio sociale, di cui non ha nemmeno il bouquet a fingere che sia tutto normale.
questo è un contratto che serve a salvare due persone da sè stesse.
e allora si sposano in beige, con i testimoni e senza la torta al ristorante
con le mamme che le spiano da dietro gli alberi di Giardini di via Palestro ma non si avvicinano
con i papà che tolgono loro il saluto
solo con un amico che fa le foto con una macchinetta digitale
comprando le fedi cinque minuti prima dell'inizio della cerimonia
e poi tutti a mangiare un thiebu djenne all'unico ristornate senegalese di Milano

a volte questi matrimoni durano e formano famiglie
altre volte scoppiano e a volte si resta amici e ognuno se ne va per la propria strada
lui con un permesso di soggiorno in tasca
lei con la fierezza di aver davvero fatto la differenza nella vita di quell'uomo.
 
se il matrimonio fosse un'istituzione elastica comprenderebbe queste strane unioni e il loro personalissimo senso e non costringerebbe nessuno a una finzione che li incatena realmente gli uni agli altri
(e unirebbe coppie gay e coppie di divorziati freschi freschi e coppie con enormi differenze d'età e unioni poligame e poliandriche)
se lo Stato fosse più accogliente il matrimonio resterebbe dentro i confini per i quali è stato concepito e le altre unioni si chiamerebbero in un altro modo
se gli uomini avessero più capacità di modificare i propri progetti di fronte all'ostacolo e le donne non avessere bisogno di annullarsi salvando qualcuno...
se...
ma con i se e con i ma non si è mai cambiato il mondo
il mondo va così, bisogna solo esserne consapevoli.

oggi penso a queste ragazze.
sappiatelo.

venerdì 13 aprile 2012

coppie miste #1 - Adila

Oggi vi racconto una storia.
La storia della mia amica Adila.
Una storia che mi tiene sveglia la notte, tra frustrazione e dolore, preoccupazione e goffi tentativi di capire il punto di vista di tutte le parti.
Quello che so, è che in questa storia, una storia d'amore, stanno soffrendo in molti, e che c'è qualcosa di profondamente sbagliato.

In arabo Adila significa Giusta e i suoi genitori possono davvero ringraziare Allah per averle permesso di compiere il loro desiderio per lei.
Adila ha 27 anni, è nata a Milano poco dopo l'arrivo dei suoi dall'Egitto: papà è ingegnere, ha fatto carriera ad Alessandria, poi è stato nominato dirigente e mandato a Milano; mamma è casalinga e Adila ha un fratello più piccolo, Abed.
Una bella famiglia, li ho conosciuti in montagna, un'estate che faceva un gran caldo e i cieli sul ghiacciaio del Presena sembravano a tutti ancora non abbastanza lontani dalla fuliggine cittadina che ci portavamo dentro: ci siamo messe a chiacchierare appena fuori dal rifugio, una mattina presto prima che i nostri gruppi prendessero la ferrata, e poi abbiamo continuato quando siamo scese in paese, e poi a Milano.
Non abitiamo neppure troppo lontane.
Ha un sorriso appena accennato, che non lascia quasi mai i suoi occhi, parla lentamente e ascolta con tutta sè stessa, si muove con cautela, senza eccessi, e allo stesso tempo con quella sicurezza di sè che rende la sua bellezza qualcosa di profondamente radicato.
Adila sta facendo un master sulle mediazioni dei conflitti, a Pisa.
Porta il velo e condivide l'osservanza della sua famiglia, con un orientamento per gli studi sufi che l'hanno portata a una fede che affianca l'intelletto al cuore.
Vorrei poter dire che ci vediamo spesso, ma più realisticamente, diciamo che cerchiamo di sfruttare al meglio il tempo che ci è concesso: la maggior parte delle volte discutiamo di migrazioni e discriminazioni, il campo che ci accomuna e nel quale prima o poi, ne sono sicura, riusciremo a fare insieme molte cose; Adila è una persona molto riservata e per farla parlare di sè a volte devo metterla davanti ai fornelli, lì si rilassa e mi racconta.
E l'estate scorsa preparandomi un frullato mi ha raccontato quello che stava passando.
Quello che oggi, a distanza di quasi un anno, l'ha fatta dimagrire, ha spento la sua pelle e velato il suo sorriso, senza che lei accenni ancora ad arrendersi.
Non si arrenderà, ma sono preoccupata.

Adila si è innamorata di Alberto due anni fa.
Un uomo quasi perfetto.
Fa l'educatore, lavora principalmente al Beccaria, il carcere minorile.
Un uomo brillante, con molti interessi e grandi riserve di energia.
Un uomo che ha la stessa forza quieta che scaturisce dalla sua donna: questa forza misteriosa che li unisce profondamente.
Non potete sapere come amo passare il tempo con quei due!
Oltrettutto entrambi apprezzano quanto e più di me, la buona cucina: per questo, anche, li annovero tra gli eccelsi!

La scorsa primavera Adila e Alberto hanno annunciato alla famiglia di lei l'intenzione di sposarsi, e prima ancora, l'intenzione di Alberto di convertirsi all'islam per poterla sposare ed educare religiosamente i loro figli.

Da allora Adila e suo papà non si parlano più, il rapporto cameratesco e facile che li univa si è congelato.
La mamma non le ha rivolto la parola per quasi un anno.
Suo fratello fa l'adolescente ottuso che vuole difendere l'onore della famiglia.
E tutta la comunità la tiene d'occhio, si intromette, apostrofa suo papà al bar chiedendogli come possa permettere alla figlia di sposare un italiano.
Adila è anche italiana, ma questo non fa alcuna differenza.
Non fa differenza l'intelligenza di questa donna, l'onestà di questa coppia, la loro fede condivisa e il progetto di vita comune: Adila non deve permettersi di mettere da parte la sua origine, con la sua decisione ha spaventato i vecchi e scosso i giovani che non hanno il suo stesso coraggio.

E siamo a Milano, anno 2012, quartiere Greco-Maggiolina (il quartiere dei giornalisti, degli intellettuali! quanto sarcasmo in questo aggettivo, adesso).

Girano voci che un gruppo di ragazzi, che lei riteneva amici, avrebbe avuto intenzione di intrufolare della cocaina nello zaino di Alberto e poi denunciarlo.
E non stiamo scrivendo la trama di un film.

Qualcuno, alla moschea, alla funzione del venerdì, ha preso la parola e ha insultato Adila invocando su di lei la punizione di un dio che con queste umane meschinerie non ha nulla a che fare.
Un dio diverso da quello a cui Adila si sente di appartenere, un dio che suggerisce alle signore di sussurarle alle spalle se la incontrano al supermercato, che suggerisce alle ragazze di dirle apertamente "non ti vogliamo più frequentare".
Un dio che non è Quello a cui Adila appartiene con tutta sè stessa.

Nessuno di noi, prima di tutti Adila e Alberto, si sarebbe mai aspettato questa reazione inconsulta e irrazionale.
Conosciamo il papà di Adila come una persona saggia e tranquilla, certamente una persona con cui poter parlare: ma di questo non parla e nessuno sa come prenderlo.
Lo immagino sofferente, ma non riesco a giustificarlo.
La comunità di Adila sta tirando fuori il peggio di sè, sta cercando di logorarla, la sta logorando.

Il fatto è che Adila non ha alcuna intenzione di rinunciare alle sue radici, al mondo da cui proviene, alla cultura che l'ha cresciuta.
E Alberto la rispetta: il loro legame è fatto di entrambe le culture, le loro radici sono intrecciate.
Ma è come se un fascio delle tante radici di Adila le si stesse rivoltando contro: non ammettono l'innesto, lo rigettano come un corpo estraneo e in questo modo rigettano lei, che in 27 anni di innesti nella sua anima ne ha visti fiorire molti.

Adila e io ci siamo rivolte a una guida spirituale in Senegal, che ha pregato per lei e le ha inviato un oggetto segreto, perchè lei e Alberto siano protetti dalla cattiveria.
Piano piano il legame con sua mamma si sta ricostruendo e una zia, dall'Egitto, si è assunta il compito di riportare alla ragione il suo fratello preferito, il papà di Adila.
E' difficile pensare a come farà questa famiglia a restare unita: la scelta è tra la figlia e il resto della comunità.
Una scelta che per qualcuno sarebbe ovvia, per qualcun altro è molto più difficile e dolorosa di quanto la mia generazione, cresciuta guardando più verso il mondo che verso casa, possa immaginare.

Sono addolorata per lei, sono preoccupata: il matrimonio si farà, Adila ha bisogno di tempo ma non ci rinuncerà, e io non vedo l'ora di festeggiare questi due ragazzi coraggiosi.
Ma il prezzo da pagare potrebbe essere alto e una coppia qualsiasi ne potrebbe essere devastata.
Confido nel loro essere speciali e non qualsiasi.
E nell'amore di Allah su di loro.


Questa è Milano, oggi, e non c'è bisogno di scandalizzarsi: troppo facile, troppo sbagliato giudicare e girarsi dall'altra parte invocando lo scontro di civiltà.
Ci sono troppi livelli di scontro (genitori e figli, generazioni diverse, famiglie allargate che si intromettono, immigrati di prima e seconda generazione, italiani che hanno relegato in soffitta storie già accadute in quasi tutte le famiglie, mondi piccoli e mondo globale a confronto): se Adila non portasse un velo e non pregasse rivolta verso la Mecca, chi di noi potrebbe dire che scavando nelle storie di famiglia non c'è mai stato nulla di simile?
E se oggi, in molti ambienti, i matrimoni sono un fatto individuale, ci sono ancora molte famiglie in cui uno sposo o una sposa sgraditi vengono convinti ad allontanarsi, in cui genitori e figli non si parlano e poi vanno a "C'è Posta per te" a ricongiungersi pubblicamente.
Questa è Milano oggi, una Milano difficile: l'unica via per andare a fondo in questa storia è la voce; far emergere il conflitto, guardarlo e trovare ciò che si può sanare.
E Adila e Alberto dovranno convivere con ciò che non si può sanare, sapendo che per i loro figli, almeno questa fatica sarà risparmiata.

domenica 7 agosto 2011

travolgenti eventi evidenti scoperte

mi sveglio già stanca con l'odore di pioggia della notte e i piedini della nuova bambina al piano di sopra che corrono in cerca di chissà quali misteri: ho voglia di tornare a dormire, ma ho anche voglia di scrivere.
di paola concia, deputata del parlamento italiano, sposa in germania con la sua compagna riccarda (mai nome fu più azzeccato per una lesbica), che mostra i suoi denti felici in un rito che da vuota ripetizione è per lei somma delle rivoluzioni: sono grata a paola e riccarda per essere le donne complete che sono per sè e per noi



ho voglia di scrivere dei miei nuovi capelli corti, tagliati per comodità e perchè chi li voleva lunghi non li ha, alla fine, mai visti: ora però mi guardo allo specchio e mi sembro un ragazzino, un brutto ragazzino con una pancia di nove mesi e due tette da sbarco, un po' come la Pastora di gimenez-bartlett
e la mia amica non risponde al mio mms, forse non le piaccio



un'altra amica se n'è andata lontano, lontano nel cuore, l'ha scelto: mi manca.
e un'altra forse nasconde un segreto, il solo pensiero mi devasta
ma le amiche sono tutto, quasi forse più dei figli


e ho voglia di scrivere della mia mamma che è al mare e mi chiama tutti i giorni, e se ne sta in un bosco di pini a osservare stupita e un po' orripilata l'opera devastante di enormi chinghiali che fanno solo il loro mestiere di chinghiali e mentre mi racconta questo terribile evento sento finalmente la mamma che da piccola non riuscivo ad avere o a vedere, e sono quasi felice








amo milano d'agosto e la amerei di più se la sera non mi venisse questa stupida paura di morirci sola
ci sono i pulmann dei turisti, ci salgo e improvvisamente sono anonima e posso ridere tanto nessuno mi conosce
c'è il museo delle scienze che da fuori sembra piccolo ma dentro c'è un enorme sottomarino magico che sta lì per un po' per farci piacere e farsi ammirare, ma un giorno se ne andrà senza avvisare, a farsi ammirare dai bambini di altri mondi, non sapremo dove ma solo che era il suo tempo di andare
c'è il mio amico senegaloitaloanglolandese che ama discutere di politica sopra ogni cosa e pensa di essere geneticamente superiore a quasi tutto il mondo e forse lo è e questo pensiero mi conforta perchè ho sete di persone geneticamente superiori attorno a me

e ho voglia di scrivere di tutti quei morti nel mare, nelle stive, nel deserto: ho bisogno che il mio pensiero su di loro resti puntuale e vigile, ma no, per loro non c'è nulla da dire, nulla che possa colmare il gelo nel cuore, nulla che possa assolverci dall'orrore del genocidio.
spero solo di non assistere mai alla fase di scuse e riconciliazione che inevitabilmente e storicamente seguirà.





stanotte ho sognato una vecchia casa cubana, grandi scaloni, un palazzo nobile diventato alveare, ogni piano una balconata su cui affacciano stanze ariose, finestra con le zanzariere stappate e svolazzanti, odore di mare e mare dentro piccoli quadrati oltre la città, una enorme terrazza sul tetto: ecco il posto dove vorrei scappare, se fossi certa che lì mi attende Diego che porterà mio figlio sulle ali dell'immaginazione a godere di una fragola inaspettata e discutere di Vargas Llosa.






sono grata a chi mi lascia il tempo di piangere e di cantare e di gioire e di spaventarmi: la solitudine è un lusso enorme e non va sprecato, emozioni allo stato puro, distillate, terribili in questa forza devastante che non ti permette di nasconderle dietro un telefilm o dentro il lavoro.
sono grata a questo bambino che cresce dentro di me e mi mette tutta nuda e rotonda davanti a uno specchio, a guardare il mio corpo bellissimo, la pelle tesa, la schiena più forte di quanto non sia mai stata: un corpo molto poco osservato o considerato, fino ad ora, di cui scopro pieghe e curve e reazioni al dolore e cuore che batte mio malgrado con dentro un altro cuore che batterà sempre mio malgado.

sono devastata dal dolore di chi mi ha lascata sola a mangiarmi la luna, dopo avermela promessa e avermela anche portata con sforzi sovraumani: la luna non è fatta per una persona sola e nemmeno il mio corpo è fatto per una persona sola.







stamattina ho voglia di scrivere tutto quello che mi viene in mente perchè mi vengono in mente molte cose e se le metto qui dialogheranno con le menti e le cose degli altri, esseri superiori, regine della notte e del giorno, puntigliose statiste delle coppie miste, dolci mamme, ricercatrici, scrittrici dotate di quell'ironia preziosa e segreta a cui non potrei mai rinunciare, nonne e nonni che si prendono per mano, uomini spaventati guerrieri con le armi spuntate: sono qui.
ho paura.
ma sono qui.


evviva le spose!













credits: 
per la Pastora http://www.wuz.it/recensione-libro/6120/dove-nessuno-titrover-gimenez-bartlett-alicia.html
per la Casa Cubana http://www.alessandroleo.it/dipinti.htm
per "Fragole e Cioccolato" http://www.youtube.com/watch?v=Rlvl_BVU5zw
per il matrimonio di Paola Concia http://www.vanityfair.it/people/italia/2011/08/05/paola-concia-ricarda-trauttman#?refresh=ce

mercoledì 18 agosto 2010

seguendo baldwin


Quando ti trovi in un'altra cultura, sei costretto a riesaminare la tua.
Tutto nella vita dipende da come quella vita accetta i propri limiti.

Sapevo di essere nero, naturalmente, ma sapevo anche di essere molto sveglio. Non sapevo come avrei usato il cervello, né se avrei potuto usarlo, ma quella era l'unica cosa che potevo usare.
JAMES BALDWIN

James Baldwin (1924-1987), nero, americano, nato e cresciuto negli Stati Uniti e vissuto perlopiù in Francia e in Svizzera, è stato un grande scrittore, esponente del movimento dei diritti civili, pacifista, in grando di affrontare argomenti difficili come l’omosessualità, il razzismo, la discriminazione, confrontandosi in continuazione con il suo essere afroamericano in un’America principalmente bianca.

se Baldwin non avesse scritto anche per me, che non sono nera, non avrebbe scritto nulla di interessante.

io non sono nera, sono bianca e mi va bene esserlo e mi andrebbe bene essere anche nera o qualunque cosa Dio avesse deciso per me.
sicuramente sono sveglia e posso usare il cervello, ma non sempre questo mi serve a riesaminare la mia cultura: a volte il cervello entra in corto e mi impone di difendere la mia cultura da attacchi reali o ipotetici.
ma la difesa e la fuga non sono mai buone politiche.

cosa significa essere in un altra cultura e riesaminare la propria?
certamente riesaminare non significa rifiutare, rigettare, abbandonare.
ma il confine tra confronto e il vuoto della mancanza di radici è sottile, nella nostra testa, e la paura di attraversarlo è sempre molto forte.

ho sentito una donna italiana, che si percepisce persona progressista, aperta, interessata alle culture altrui e rispettosa, argomentare come fosse legittimo costringere suo genero, musulmano, a brindare con champagne e a berne almeno un sorso per buon augurio all’arrivo del Nuovo Anno, pochi giorni dopo essere arrivato in Italia, senza cogliere neppure per un istante la violenza di quel gesto.

ho abbracciato una donna filippina, insegnante di italiano ai suoi connazionali, che piangeva perchè la sua bambina di nove anni, nel pieno della fase in cui i bambini hanno necessità di sentirsi parte di un gruppo di pari, rifiutava di parlare la lingua dei genitori fino a farsi venire delle crisi isteriche se la madre per la strada si rivolgeva in tagalog a conoscenti filippini.

compiamo spesso gesti che tradiscono la paura e gesti che alimentano la nostra stessa paura.
a volte la paura diventa accoglienza eccessiva verso la cultura altrui, accoglienza che ci trasforma o ci sembra che ci trasformi.

conosco una Mame Diarra italiana, ma non conosco il suo nome italiano: lei è italiana e bianca, di nascita, ma più senegalese di una senegalese, di fatto.
la prima volta che la incontrai, in un gruppo di amici, rimasi stupita e offesa quando vidi che stringeva la mano per salutare i senegalesi, ma saltava con nonchalanche me e un’altra ragazza italiane.
qualche mese dopo mi spiegò che lei, musulmana murid a suo dire osservante, non poteva rischiare di stringere la mano a una donna mestruata e quindi impura, e che non aveva problemi con le senegalesi, dal momento che loro stesse si sarebbero ritirare durante i giorni del ciclo.
non ho mai visto una donna senegalese, murid o no, fare lo stesso gesto con queste motivazioni.

nel suo caso, la mia paura verso chi mi sembra abbia dimenticato sé stessa diventa un disprezzo che è però ottuso se non alimenta anche una riflessione e una forma comunque di rispetto verso una persona che ha creato per sé, in età adulta e in mancanza evidentemente di altri punti di riferimento, una forma culturale personale e unica.

mi infastidisco quando incontro un Mouhamadou che con i colleghi di lavoro, operai dalla mente semplice che non immaginano quanto di bello ci sia al di là del loro naso, con i negozianti del paese, gli amici e i conoscenti italiani, si fa chiamare Giorgio, per semplicità dice, per sentirsi un po’ più a casa, dico.
eppure io mi chiamo anche Seynabou, un nome che non ho scelto (pur avendo scelto di avere un altro nome) e che non mi piace (ci sono nomi dai suoni più dolci, in Africa), ma che ha un significato profondo, tra cui quello di sentirmi a casa è solo uno.
dò superficialmente per scontato che Mouhamadou/Giorgio abbia rinunciato ad un pezzo di sé, in nome dell’integrazione cui la società di arrivo lo costringe per permettergli una quotidianità vagamente normale.
ma io so che Cristina/Seynabou non ha rinunciato ad un pezzo di sé, semmai ha aggiunto qualcosa che era già “sè” e che si è con il tempo ulteriormente rafforzata.
Mouhamadou mette in atto una forma di protezione verso il suo nome continuamente storpiato e quindi di sé e del suo nucleo personale a cui nessuno deve poter accedere con leggerezza.
ma ho paura, pur comprendendola, della forma di protezione che Mouhamadou ha scelto per sé, che in qualche maniera, socialmente, esclude.

la paura è uno dei sentimenti più forti e più inquinanti nelle relazioni tra persone di cultura diversa.
paura di non andare abbastanza in là.
o paura di superare il confine e di perdersi.

io dico che abbiamo diritto ad avere paura.
cultura significa identità, significa la materia di cui sono fatta, significa i miei ricordi, il significato che attribuisco alle cose, significa ciò che mi dà sicurezza e la facilità di tutto quello che mi sostiene e che posso dare per scontato.

è bello entrare in relazione con persone che portano culture differenti, in diverse relazioni che aprono porte sui diversi aspetti di quelle culture.
ma fa paura.
e l’ipocrisia maggiore di noi splendidi progressisti è quella di fingere di non aver paura.
e il limite maggiore che a volte chi emigra si impone è proprio una paura paralizzante.
abbiamo paura e ci chiudiamo.
abbiamo paura, ma andiamo avanti.
abbiamo paura e sbagliamo.
abbiamo paura e costruiamo qualcosa.
siamo affascianati, e abbiamo paura.
siamo animati dalle migliori intenzioni e abbiamo paura.
è legittimo.

non abbiamo diritto di incolpare gli altri, della nostra paura, non abbiamo diritto di mancare di rispetto gli altri, in nome della nostra paura, non abbiamo paura di rifiutare gli altri, in nome della nostra paura.

semmai possiamo rifiutarli perchè non ci piacciono, perchè fanno cose che non approviamo: per arrivare ad un giudizio libero dobbiamo superare la fase della paura.

quando ti trovi in un’altra cultura sei costretto a riesaminare la tua.
ma per poter riesaminare, cioè mettere in discussione, cioè rischiare di vedere sgretolarsi uno dei tuoi sostegni senza sapere cosa lo sostituirà, per poter davvero riesaminare come ha fatto James Baldwin che ha potuto così contribuire a far crescere di un bel po’ la società mista, devi mettere in conto la paura e non aver paura della paura.