il bissap (Hibiscus sabdariffa detto anche rosselle) è una variante della specie dell'hibisco, diffuso principalmente nelle zone dell'Africa tropicale. E' una pianta perenne e fioritura annuale, dal fusto legnoso e le foglie a cinque lobi lunghe fino a 15cm; i fiori rossi, essiccati, vengono usati per fare un infuso.
In Senegal si beve moltissimo bissap, dolcissimo e con l'aggiunta di aromi differenti.
Quando Nesren, la nostra vecchia baby-sitter egiziana, è tornata da una breve vacanza, ha portato a Baba una quantità indescrivibile di fiori di bissap, e così eccomi avvolta nell'aroma di fiori d'arancio a prepararne per festeggiare il Primo Marzo.
Il bissap (non aggiunto di aromi) è un grande ingrediente della medicina tradizionale, contiene moltissima vitamina C, è antiossidante e viene usato nella cura dell'ipertensione e delle infezioni del tratto urinario, ma anche di alcune malattie metaboliche come il diabete.
Per preparare l'infuso, risciacquate i fiori di bissap e scolateli.
Metteteli in un grosso recipiente e aggiungete 2 litri d'acqua fredda.
Fateli macerare per 6 ore. Filtrate con il colino. Aggiungete lo
zucchero semolato, lo zucchero vanigliato o la vanillina, l'acqua di fiori d'arancio e
eventualmente le foglie di menta che avrete precedentemente lavato. Fate macerare per
mezz'ora.
Filtrate nuovamente il liquido con il colino per eliminare le foglie di
menta, se ne avete messe. Assaggiate e, se necessario, aggiungete un po'
di zucchero. Versate il succo nelle bottiglie e riponete in
frigorifero. Da servire fresco.
diaxasso
diaxasso in wolof significa mescolarsi
giovedì 4 aprile 2013
il pranzo di pasqua
Ecco vedi? ognuno di noi ha fatto il suo pezzetto senza dirselo e tutto ha funzionato: abbiamo una tavola bellissima.
Giulia sorrideva alla tavola apparecchiata per quindici tra grandi e piccoli, con la tovaglia indiana dei suoi genitori, il centrotavola con le uova dipinte e l'antipasto della nostra nonna.
Era davvero una tavola bellissima ed era bellissimo il sorriso di Giulia.
Sofia stava recuperando i bambini, togliendogli di dosso il fango che aveva ricoperto con loro enorme soddisfazione le colline in quei giorni.
Momo tirava con impegno la coda al cane.
Baba spiegava a una novenne e a una seienne dove si trova il Senegal e che animali ci abitano.
Mio papà e lo zio Giovanni, nel loro angolo davanti al camino, commentavano le decisioni di Napolitano mentre distrattamente si toglievano di dosso Pietro, che saltando sul divano finiva regolarmente addosso ai due discreti e silenziosi nonni.
Chiara, ascoltandoli dalla cucina, finiva di cuocere il pane e Marco, davanti al forno a legna dietro casa, si occupava dell'agnello.
Alessandro era ai vini, corposi vini umbri della zona del lago Trasimeno.
Caterina controllava e rinforzava il brodo.
Io li guardavo, guardavo quella casa grande, accogliente, profumata di fumo, di legna e di cera, osservavo le reti che mi tiravano e sentivo con gusto quanto fossero dolci.
Assenze e presenze comprese.
La nostra nonna, a Pasqua, preparava l'antipasto in anticipo, perchè alle 11 precise bisognava che tutta la famiglia fosse pronta per uscire per andare a San Pietro a sentire la benedizione del Papa. Solo al ritorno potevano iniziare i festeggiamenti.
Agretti disposti a nido ad accogliere le uova sode, intorno pomodori, maionese e due fette di salamino, è la ricetta della nonna.
Gli agretti ci sono solo a Roma, qui a Milano si chiamano barbe dei frati e si trovano raramente.
Dopo l'antipasto, la nonna aveva preparato i tortellini, con un brodo saporito che rimetteva chiunque al mondo.
E poi l'abbacchio.
Si dice che una volta io, piccola, a messa chiesi a mia mamma: perchè non si dice "abbacchio di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi?" ma la risposta si è persa nelle pieghe del tempo e il dubbio di quell'invocazione all'agnello resta.
E così la nostra tavola di questa Pasqua e il nostro pranzo sono stati perfetti, un pranzo come tradizione vuole, con l'antipasto della nonna, i tortellini di carne in brodo e l'abbacchio profumato.
Per chiudere con le montagne di cioccolata delle uova che i bambini erano andati a scovare nel prato e nella stalla, la mattina appena alzati.
E questa volta, dal Senegal, abbiamo aggiunto una ciotola di thiacri.
Perchè le tradizioni sono confortanti ed elastiche e ci piace paciugarle, quando serve.
E mettendo da parte per un momento stonature quotidiane e preoccupazioni, sono stata felice, davvero felice, di quella gioia semplice e pulita che non ti chiedi da dove venga e che sai che fa massa, nel tuo cuore, per i momenti difficili a venire.
Giulia sorrideva alla tavola apparecchiata per quindici tra grandi e piccoli, con la tovaglia indiana dei suoi genitori, il centrotavola con le uova dipinte e l'antipasto della nostra nonna.
Era davvero una tavola bellissima ed era bellissimo il sorriso di Giulia.
Sofia stava recuperando i bambini, togliendogli di dosso il fango che aveva ricoperto con loro enorme soddisfazione le colline in quei giorni.
Momo tirava con impegno la coda al cane.
Baba spiegava a una novenne e a una seienne dove si trova il Senegal e che animali ci abitano.
Mio papà e lo zio Giovanni, nel loro angolo davanti al camino, commentavano le decisioni di Napolitano mentre distrattamente si toglievano di dosso Pietro, che saltando sul divano finiva regolarmente addosso ai due discreti e silenziosi nonni.
Chiara, ascoltandoli dalla cucina, finiva di cuocere il pane e Marco, davanti al forno a legna dietro casa, si occupava dell'agnello.
Alessandro era ai vini, corposi vini umbri della zona del lago Trasimeno.
Caterina controllava e rinforzava il brodo.
Io li guardavo, guardavo quella casa grande, accogliente, profumata di fumo, di legna e di cera, osservavo le reti che mi tiravano e sentivo con gusto quanto fossero dolci.
Assenze e presenze comprese.
La nostra nonna, a Pasqua, preparava l'antipasto in anticipo, perchè alle 11 precise bisognava che tutta la famiglia fosse pronta per uscire per andare a San Pietro a sentire la benedizione del Papa. Solo al ritorno potevano iniziare i festeggiamenti.
Agretti disposti a nido ad accogliere le uova sode, intorno pomodori, maionese e due fette di salamino, è la ricetta della nonna.
Gli agretti ci sono solo a Roma, qui a Milano si chiamano barbe dei frati e si trovano raramente.
Dopo l'antipasto, la nonna aveva preparato i tortellini, con un brodo saporito che rimetteva chiunque al mondo.
E poi l'abbacchio.
Si dice che una volta io, piccola, a messa chiesi a mia mamma: perchè non si dice "abbacchio di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi?" ma la risposta si è persa nelle pieghe del tempo e il dubbio di quell'invocazione all'agnello resta.
E così la nostra tavola di questa Pasqua e il nostro pranzo sono stati perfetti, un pranzo come tradizione vuole, con l'antipasto della nonna, i tortellini di carne in brodo e l'abbacchio profumato.
Per chiudere con le montagne di cioccolata delle uova che i bambini erano andati a scovare nel prato e nella stalla, la mattina appena alzati.
E questa volta, dal Senegal, abbiamo aggiunto una ciotola di thiacri.
Perchè le tradizioni sono confortanti ed elastiche e ci piace paciugarle, quando serve.
E mettendo da parte per un momento stonature quotidiane e preoccupazioni, sono stata felice, davvero felice, di quella gioia semplice e pulita che non ti chiedi da dove venga e che sai che fa massa, nel tuo cuore, per i momenti difficili a venire.
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dolci senegalesi: come si preparano thiacri e sow
un vero dessert della cucina senegalese.
per 6 persone si usano 500g di thiacri, cioè semolino di miglio a grana grossa che si trova nei negozi di alimentari cinesi o pakistani che tengono prodotti di importazione dall'africa
a Milano ce ne sono alcuni, io di solito vado in quello in via Settembrini oppure nel più grande market di viale Monza.
al semolino si aggiunge una puntina di noce moscata e un cucchiaio di fiori d'arancia e il sale
dopo aver mescolato bene, sgranando con cura, si cuoce il thiacri in una cuscussiera, a vapore, per circa mezz'ora
a questo punto si aggiunge dell'uvetta e poi si cuoce per circa un'altra mezz'ora, sempre a vapore
togliere dal fuoco, aggiungere una noce di burro e 1litro e mezzo di sow
si serve tiepido
sow
500g di yogurt greco
500g di panna
200g di latte concentrato non zuccherato
300g di zucchero semolato
4 bustine di zucchero vanigliato
mescolare
per 6 persone si usano 500g di thiacri, cioè semolino di miglio a grana grossa che si trova nei negozi di alimentari cinesi o pakistani che tengono prodotti di importazione dall'africa
a Milano ce ne sono alcuni, io di solito vado in quello in via Settembrini oppure nel più grande market di viale Monza.
al semolino si aggiunge una puntina di noce moscata e un cucchiaio di fiori d'arancia e il sale
dopo aver mescolato bene, sgranando con cura, si cuoce il thiacri in una cuscussiera, a vapore, per circa mezz'ora
a questo punto si aggiunge dell'uvetta e poi si cuoce per circa un'altra mezz'ora, sempre a vapore
togliere dal fuoco, aggiungere una noce di burro e 1litro e mezzo di sow
si serve tiepido
sow
500g di yogurt greco
500g di panna
200g di latte concentrato non zuccherato
300g di zucchero semolato
4 bustine di zucchero vanigliato
mescolare
sabato 23 marzo 2013
bel colore!
il 21 marzo è la giornata internazionale contro il razzismo
e io lo sapevo, ma questa cosa l'ho collegata dopo
per celebrare il 21 marzo la trasmissione Caterpillar ha lanciato l'iniziativa della colazione antirazzista durante la quale circoli, bar, associazioni e compagnia bella erano invitate ad organizzare colazioni multietniche
lodevole iniziativa
anche di questa ero a conoscenza, ma quando la sera Baba mi ha raccontato, ridendo, quello che gli era successo, non ci ho proprio pensato
è stata un'amica a farmi notare il collegamento
insomma
il 21 marzo il mio maritino se ne stava con il suo solito umor nero mattutino e la sua solita orsaggine congenita, al bar in corso Buenos Aires, a farsi la sua solita colazione e i fatti suoi
quand'ecco che un signore sulla settantina, che sorbiva educatamente il suo caffè in compagnia della moglie fresca di parrucchiere e pelliccia, posa la tazzina, gli si avvicina e gli porge la mano
ciao giovanotto! esclama
e, con un'accenno di carezza sulla guancia: bel colore!
poi rapido, così com'era comparso, scompare
fiero e felice della sua buona azione antirazzista
ridere o piangere, ecco il dilemma.
e io lo sapevo, ma questa cosa l'ho collegata dopo
per celebrare il 21 marzo la trasmissione Caterpillar ha lanciato l'iniziativa della colazione antirazzista durante la quale circoli, bar, associazioni e compagnia bella erano invitate ad organizzare colazioni multietniche
lodevole iniziativa
anche di questa ero a conoscenza, ma quando la sera Baba mi ha raccontato, ridendo, quello che gli era successo, non ci ho proprio pensato
è stata un'amica a farmi notare il collegamento
insomma
il 21 marzo il mio maritino se ne stava con il suo solito umor nero mattutino e la sua solita orsaggine congenita, al bar in corso Buenos Aires, a farsi la sua solita colazione e i fatti suoi
quand'ecco che un signore sulla settantina, che sorbiva educatamente il suo caffè in compagnia della moglie fresca di parrucchiere e pelliccia, posa la tazzina, gli si avvicina e gli porge la mano
ciao giovanotto! esclama
e, con un'accenno di carezza sulla guancia: bel colore!
poi rapido, così com'era comparso, scompare
fiero e felice della sua buona azione antirazzista
ridere o piangere, ecco il dilemma.
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mercoledì 20 marzo 2013
famiglia mista
mi riconosco soprattutto nell'aria attonita e completamente cotta del fiero genitore che non può staccare gli occhi dal suo piccolo
![]() |
| illustrazione di Jean-Sébastien Deheeger http://www.neskoncept.com/ |
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coppie miste
martedì 19 marzo 2013
di papà ce n'è uno solo
c'era una volta un papà che era rimasto in Etiopia, e la sua bimba non poteva festeggiarlo
e poi c'era un papà che essendo una mamma si sentiva esclusa
c'era una volta un papà single troppo affaticato per gestire anche questa
e un papà rifugiato che stava in un centro di accoglienza molto lontano dalla moglie e dal figlio ed era arrabbiatissimo per questo, arrabbiatissimo.
c'era una volta il papà di una bambina, ma adesso non c'è più
e poi c'era un papà che pensava di essere superfluo e faceva il papà solo due volte all'anno
c'era una volta un papà che faceva due lavori e quando tornava a casa con la schiena rotta trovava sempre il tempo di giocare con suo figlio, perchè cosa poteva saperne un bambino di soldi, mutui, schiene e sonno?
c'erano una volta un papà e una mamma e due figli piccoli e andava tutto bene ma così bene che si sentivano banali e fortunati e quasi si vergognavano di essere così banali
c'era una volta un papà che scriveva ogni giorno al suo bambino lontano, ma non aveva il suo indirizzo, sapeva solo che era andato via con la mamma, forse in qualche favolosa isola dei caraibi dove la polizia non poteva trovarli
c'era una volta un papà in prigione, che non voleva che suo figlio lo vedesse
e ce n'era un altro che lavorava come un matto durante la settimana per poter fare il papà almeno nel week end
oggi il nido di Momo organizza una colazione con bimbi e papà e i miei due se ne sono usciti tutti belli, camicia e golfino, per andare a festeggiarsi
saranno molti i papà assenti e molti quelli presenti
ognuno a modo suo
vorrei saper scrivere il dolore di non avere un papà e la gioia di averlo avuto
ho sempre questa acuta nostalgia quando penso al mio papà
è la storia che mi influenza, per me un papà assente è sempre una mancanza, anche quando hai imparato a fregartene
anche quando sei grande vorrei scrivere molto ma oggi non so le parole
non mi resta altro che un abbraccio muto, a tutti i papà, a quelli che hanno capito che non potevano scegliere di non esserlo, perchè un figlio non è qualcosa che scegli, quando c'è, c'è e basta.
e poi c'era un papà che essendo una mamma si sentiva esclusa
c'era una volta un papà single troppo affaticato per gestire anche questa
e un papà rifugiato che stava in un centro di accoglienza molto lontano dalla moglie e dal figlio ed era arrabbiatissimo per questo, arrabbiatissimo.
c'era una volta il papà di una bambina, ma adesso non c'è più
e poi c'era un papà che pensava di essere superfluo e faceva il papà solo due volte all'anno
c'era una volta un papà che faceva due lavori e quando tornava a casa con la schiena rotta trovava sempre il tempo di giocare con suo figlio, perchè cosa poteva saperne un bambino di soldi, mutui, schiene e sonno?
c'erano una volta un papà e una mamma e due figli piccoli e andava tutto bene ma così bene che si sentivano banali e fortunati e quasi si vergognavano di essere così banali
c'era una volta un papà che scriveva ogni giorno al suo bambino lontano, ma non aveva il suo indirizzo, sapeva solo che era andato via con la mamma, forse in qualche favolosa isola dei caraibi dove la polizia non poteva trovarli
c'era una volta un papà in prigione, che non voleva che suo figlio lo vedesse
e ce n'era un altro che lavorava come un matto durante la settimana per poter fare il papà almeno nel week end
oggi il nido di Momo organizza una colazione con bimbi e papà e i miei due se ne sono usciti tutti belli, camicia e golfino, per andare a festeggiarsi
saranno molti i papà assenti e molti quelli presenti
ognuno a modo suo
vorrei saper scrivere il dolore di non avere un papà e la gioia di averlo avuto
ho sempre questa acuta nostalgia quando penso al mio papà
è la storia che mi influenza, per me un papà assente è sempre una mancanza, anche quando hai imparato a fregartene
anche quando sei grande vorrei scrivere molto ma oggi non so le parole
non mi resta altro che un abbraccio muto, a tutti i papà, a quelli che hanno capito che non potevano scegliere di non esserlo, perchè un figlio non è qualcosa che scegli, quando c'è, c'è e basta.
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lunedì 18 marzo 2013
trovai in lui tutto quello di cui avevo bisogno
Oggi tocca a Michela raccontare la sua storia.
Vorrei raccontarvi la mia storia, una delle tante, ma un po' simile alla vostra. Sono arrivata qui a Dakar un giorno di marzo per circondarmi di piccoli talibè, bambini senza sogni ne' scarpe. Randagi della strada, come quei gatti e quei cani pieni di pulci e con una mamma sempre gravida. E’ in questo luogo che conobbi mio marito, un uomo bellissimo, talmente bello che ogni volta che i miei occhi si posano su di lui le gambe diventavano leggere. Trovai in lui tutto quello di cui avevo bisogno. Ci sposammo in una piccola chiesa che porta lo stesso nome di quella nella città natale di mio padre. Abito bianco e lancio del buquet. Accanto le persone che amo e un tentativo di mediazione culturale, fra due genti unite per un giorno all’insegna dell’amore. Decidiamo di restare in Senegal perchè qui è piu “facile”, con i soldi che abbiamo da parte possiamo vivere o almeno permetterci un affitto e da mangiare. Gli occhi della gente ci accompagnano, molti con la gioia nel cuore, altri, spesso, molto spesso con l’invidia che logora l’anima. Un matrimonio di comodo, un’amore falso, un progetto meschino, quello del visto, difficile da reperire, impossibile a tratti. Cosi a volte catalogano il nostro rapporto. Teniamo duro, perchè non possiamo permetterci di rientrare in Italia, io studentessa, lui piccolo commerciante, ci sarebbe un futuro? Ma la realtà è dura qui, in Senegal l’unica cosa che dona sollievo al cuore e agli occhi sono i sorrisi dei bambini, unico grande mezzo di distruzione dell’infamia. Essere osservatori ti riempie l’anima, ma parteciparvi è altro. Il turismo sessuale dilaga, la corruzione fatiga un paese già in ginocchio da molte manovre false di un passato, per fortuna, presidente: il lavoro è per chi ha quella spinta dietro alle spalle, o per i fortunati, il resto è questione di cavarsela giorno per giorno. Un progetto futuro, improbabile. La voglia di tornare al mio paese, quella vecchia Italia tanto odiata e tanto amata. La notizia. Il ritorno, la paura di non farcela a casa mia. Ma qui la situazione non è migliore, non è il mio campo, il mio territorio, e te lo fanno pesare, te lo fanno notare che tu sei bianca, europea, dammi i soldi, comprami le scarpe. No. Io non posso sopportare il peso del passato tutto sulle mie spalle. Saremo in 3 e questo mi allevia il cuore ma mi appesantisce la testa.
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le dita per mangiare
Lo sapevate che nella tradizione araba si
mangia dal piatto comune usando le tre dita della mano destra?
Il Corano spiega che con un solo dito mangia il diavolo, con due dita mangia il profeta e con cinque mangia l’ingordo.
Il Corano spiega che con un solo dito mangia il diavolo, con due dita mangia il profeta e con cinque mangia l’ingordo.
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