giovedì 20 novembre 2014

pazienza!

"io con quello non ci gioco perchè è marrone" discorso tra amiche che parlano di un ragazzino della loro classe: non solo la cosa è grave in sè, ma una delle due è la cuginetta di una bimba afroitaliana, con la quale ha un rapporto quasi di sorellanza - possibile che a sei anni si possa essere così dissociati? in realtà quello che è possibile è che i bambini, che di per sè non coglierebbero le differenze, le sentono e le fanno proprie sull'esempio degli adulti senza nemmeno capirne il significato o coglierne la cattiveria.

del resto, se una maestra di asilo nido dice alla mamma di una bimba italiana "sua figlia è davvero brava, gioca anche con i bambini neri", si può capire da dove arrivino i complessi di superiorità che troppo spesso incontriamo nonostante il passare dei secoli

un bambino viene chiamato negro da un altro
un ragazzino insulta il compagno chiamandolo marroncacca

una vicina ciofona alla mamma che è appena tornata a casa dopo il parto per chiederle "di che colore è venuto"
una signora dal fruttivendolo interpella una mamma chiedendole "da dove viene? ma sei sicura che è proprio tuo?"
e un'ostetrica guarda con tenerezza un bimbo misto e dice orgogliosamente alla mamma "va bè, dai, almeno non è venuto tanto scuro!"

una supplente a scuola chiama mio figlio all'uscita: "Momo! è arrivata la baby sitter!"

un bambino litiga con un altro e gli dice "tu non sei figlio di tua mamma, non hai il suo sangue!!"

noi genitori fatichiamo molto a capire come e quanto reagire a questi insulti: senza esagerare, senza lasciar perdere, alimentando l'autostima dei figli, aiutandoli a cavarsela da sè, facendoli sentire appoggiati, smazzandoci il nostro dolore e cercando di lenire il loro.
un'amica, quando ha sentito dire che una ragazzina non voleva giocare con un'altra perchè marrone, ha suggerito di dirle "e io non gioco con te perchè sei stronza" - altri genitori hanno inviato parolacce più fantasiose, ma sullo stesso stile: voglia di alzare le mani, in difesa dei nostri piccoli che non hanno fatto nulla, voglia di insegnar loro ad insultare a loro volta, a reagire, a opporre violenza a violenza.
voglia umana e condivisa.
ma la risposta migliore è quella di Queenia, mitica fanciulla nigerobrasiliana cresciuta in Italia e stupenda attivista G2: "non vuoi giocare con me? pazienza!"
questa è l'unica risposta che significa che noi genitori abbiamo fatto un buon lavoro, che i nostri figli sono forti e hanno dentro di sè riserve di autostima e consapevolezza di sè sufficienti a cavarsela davvero da soli, a non farsi intaccare nemmeno per un attimo da queste scemenze.
questa è l'unica risposta perchè quella bambina ha capito che il suo insulto era senza fondamento, che non feriva, che quell'altra era più forte nonostante fosse marrone: ci ha pensato un po' e poi è andata a giocare con lei.
pazienza.

mercoledì 12 novembre 2014

piccoli maschi con la gonna #3 convenzioni e colori

Il piccolo gesto di Momino mio e del suo vestito a fiori ha aperto davvero una lunga serie di discussioni, la più corposa delle quali riguarda le convenzioni.
Mi aspettavo si sarebbe parlato delle differenze di genere, del "rischio di omosessualizzazione" del mio figliolo, ma no, questi sembrano argomenti belli che digeriti dai più.
Ho invece scoperto che rompere le convenzioni è una paura collettiva molto forte, e anche un gesto così piccolo e innocente fa paura.
Sembra che la decisione di permettere a un bambino di indossare un abito da bambina in un contesto pubblico (la scuola) porti con sè a valanga il rischio di sovvertire l'ordine costituito: i maschi, in Europa, non portano la gonna, bisogna che i bambini imparino questa regola.

Ma io non ho voluto mettere in discussione le convenzioni.
Mio figlio sa che abitualmente lui si veste con i pantaloni e solo le femmine mettono a volte la gonna e a volte i pantaloni, fortunate loro. 
In questo momento storico e nel nostro contesto geografico è così.
Ci sono altre cose che, rimanendo in ambito di abbigliamento, non si fanno. 
Per esempio non ci si laurea in calzoncini, non si va in ufficio scollacciate, non ci si mette in topless in Arabia Saudita, non si si va in Chiesa in bermuda né al pranzo con i suoceri a petto nudo. Le convenzioni esistono e socialmente si rispettano perché attraverso di esse passano messaggi di rispetto. Rispetto di sè e del proprio corpo, rispetto degli altri e della loro intimità e senso del pudore, del loro ruolo e del nostro. Concordo. 
Ma a volte è più educativo permettere di rompere una convenzione, perché troppa rigidità non è un aiuto nella vita.
Faccio un esempio che apparentemente non c'entra: con la crisi economica moltissime persone si sono trovate in forte crisi personale perché perdendo il lavoro hanno perso anche un immagine di sé che non hanno saputo reinventare. Troppe volte ho sentito dire "un laureato non va a lavare le scale" e ho visto quei laureati piombare nella depressione più nera.
Abituare i bambini che oltre alle regole c'è anche la possibilità di cambiare quelle regole mantenendo intatto l'amor proprio è, oggi, un insegnamento prezioso.
Ho permesso a mio figlio di tre anni di indossare un vestito da bambina per dargli modo di provare, sperimentare e scegliere - gli insegno anche che si mangia tutti insieme a tavola con le posate, ma a volte facciamo pic nic in sala e mangiamo pollo con le mani . Lo spirito è questo.


Ma c'è di più: la mia piccola famiglia composta da una mamma bianca e da un figlio beige, va contro le convenzioni.
Le famiglie miste in cui i colori e le culture si mescolano sembrano contravvenire alle convenzioni e spaventano. 
Perfino le famiglie in cui i genitori hanno la stessa origine eppure figli che per salti genetici hanno colori diversi dai loro, suscitano perplessità, sguardi e chiacchiere.
Una mamma mi ha raccontato che qualche anno fa un signore sull'autobus ha cercato per un lungo tragitto di convincerla che lei doveva per forza essere stata adottata, dal momento che non ha, secondo lui, tratti somatici caucasici: ma lei non è stata adottata, è di carnagione olivastra così come i suoi genitori e suo marito. Per colmo di "sfortuna" i suoi due figli sono venuti fuori biondi e allora la battuta (mia) è d'obbligo: li avrà mica fatti con l'idraulico polacco?
Al di là della battuta, questa cosa spaventa me.
Siamo così rigidi e inchiodati da avere paura anche di una sfumatura di pelle? di un profumo diverso che proviene dalla cucina del vicino?
Sì, lo siamo.

E le implicazioni sociali, politiche ed economiche di questa paura paralizzante sono evidenti.
Più ci penso e più sono convinta che le convenzioni siano importanti quanto lo è la libertà di saltare, a volte in un vuoto vertiginoso e senza regole: se rendessimo abituale il vuoto, la libertà non sarebbe più tale e il salto non insegnerebbe nulla.
Ma se combattiamo ferocemente ogni cambiamento non ne verrà comunque nulla di buono.

Manteniamo dunque le convenzioni più importanti; ricordiamo, come genitori, che è imporante rispettarle. 
Ma siamo fieri di chi le infrange, perchè porta ricchezza e colore e dà ai ragazzi un prezioso strumento: la creatività per affrontare le situazioni difficili che sembrano senza soluzione.
 

martedì 11 novembre 2014

piccoli maschi con la gonna #2

Ieri Momo è andato all'asilo con un vestito a fiori sopra ai pantaloni: sembrerebbe una notizia di nessun interesse, se non fosse che c'è stato chi mi ha detto che permettergli questo gesto non convenzionale è stato come acconsentire a lasciargli fare la cacca per la strada, o fare sesso precoce o drogarsi con il mio consenso.

Ieri, dopo averlo accompagnato, ero molto agitata al pensiero di come sarebbe stata la sua giornata.
Ne ho scritto e c'è stata una bella discussione, soprattutto su Facebook. 
Le reazioni di cui sopra non sono infrequenti, e avevo paura per lui, che lo prendessero in giro, che lo umiliassero.
La maestra però è stata molto brava: alla curiosità dei compagni ha risposto con una breve riunione di classe in cui ha spiegato che ognuno può vestirsi come crede, che esistono delle convenzioni per cui i maschi di solito non mettono la gonna, ma che in altre culture però lo fanno e che Momo non faceva nulla di male.
Momo non mi ha riferito un disagio rispetto a questa attenzione su di lui.
Solo una bimba grande, la sua amica di classe, gli ha detto che era vestito da femmina e lui ha risposto "no, io sono un maschio", e la cosa è finita li.
Però, mamma, Sara mi ha fatto sentire un po' triste.
Ma quindi amore oggi è stata una brutta giornata?
No mamma, un po' brutta, ma solo pochino, per il resto bella!
E ti piace vestirti da ballerina?
Si!!!!!

Passata l'agitazione, ci siamo fatti una bella dormita e oggi torno a ragionare su questo episodio.

Quello che mi disturba non sono state le critiche motivate da un diverso punto di vista educativo, quello che mi urta è stato sentirmi dire che sono un genitore debole, che non è capace di dire di no.
Permettere a Momo di andare a scuola vestito "da femmina" non è stata una leggerezza: ci ho pensato bene e ho deciso che per lui confrontarsi con le possibili reazioni della sua classe sarebbe stato un bene.
Semplifico la tempesta che mi ha agitata, ma a grandi linee è stata questa:
- se supera questa giornata, quando lo chiameranno sporco negro sul campo da calcio gli farà una sonora pernacchia
- è già un bambino che si vede appiccicare attenzione addosso in continuazione (ma perché la tua mamma è bianca? ma sei stato adottato? ma quella signora è la tua baby sitter? e il tuo papà dov'è? tu ce l'hai un papà?), era proprio necessario metterlo su un palco con un vestito strano?!

Non fatico a dirgli di no: il mio scopo è renderlo forte, anzi più forte degli altri. Perchè ha solo tre anni e già tante cose da spiegare a un mondo convenzionale che non riesce a credere che un bimbo nero possa avere una mamma bianca ed essere stato concepito nella maniera classica. 
Qui non si tratta di non saper fare i genitori, si tratta di abituare i bambini ad essere sereni anche quando hanno gli occhi puntati addosso - a lui faceva piacere mettersi un vestito a fiori, l'ha messo.
Io cerco di educarlo, non di lasciare che cresca senza freni.

Alla fine ho deciso che, necessario o eccessivo, l'occasione si presentava e dunque senza forzature siamo rimasti li e abbiamo visto cosa succedeva.
E' successa una giornata tutto sommato normale, soprattutto bella, con qualche semino piantato e parecchia allegria.
E' successo che io e Momo siamo un po' cresciuti insieme.
Niente male, alla fine.

lunedì 10 novembre 2014

piccoli maschi con la gonna

ecco. è fatta.
stamattina Momo appena sveglio invece della felpa ha voluto mettere sopra al pigiama un vestitino di cotone che da qualche giorno gira per casa - un'amichetta l'ha dimenticato da noi in montagna e l'abbiamo da poco recuperato. 

al momento di cambiarsi per andare all'asilo ha chiesto di tenerlo.
anche ieri mattina l'aveva messo, ma in una tranquilla e pigra domenica
sembrava solo di giocare ai travestimenti (con la differenza che quando gioca ai travestimenti lo dice chiaramente).
non aveva mai chiesto di mettere un certo vestito: le sue uniche richieste per l'asilo riguardavano finora i giochi da portare con sè.

non ho commentato, non commento mai le sue scelte mattutine e dunque non volevo sottolineare questa.
ho ottenuto che lo infilasse sopra i pantaloni, oggi piove e fa freddo.

non gli ho preannunciato possibili prese in giro o stranezze da parte dei compagni (se ci saranno le affronteremo, ma se per miracolo non ci fossero inutile allarmarlo in anticipo): l'unico strumento che gli ho dato è stata una foto del matrimonio in cui il suo papà aveva un bellissimo vestito giallo sopra i pantaloni uguali, e se l'è portata a scuola - mi è chiarissimo che un vestito "da ballerina" come lo chiama lui, non è un gran bubu e mi pare sia chiaro anche a lui, ma mi serviva una possibile risposta veloce ad un eventuale attacco.
la maestra sulle prime era un po' perplessa, ma gli ha detto subito che era molto elegante.
per il resto non ci sono stati molti sguardi.
appena si è allontanato, con la maestra abbiamo concordato che se lo prenderanno in giro c'è la foto del papà per una prima spiegazione (e mi piace molto l'idea di questo scudo spaziale amorevole e giallo) e che comunque lei è lì pronta a dire che non c'è niente di male a vestirsi come ognuno ritene meglio.
l'ho salutato come sempre, mi sono messa in macchina e ho pianto per mezz'ora terrorizzata da quello che potrebbero fargli e mentre frignavo e guidavo sono pure andata addosso a uno (per fortuna poca cosa).

sono spaventata, sì.
ma sono anche molto fiera di questo bimbo che esprime con estrema naturalezza quello che sente e desidera, e che oggi non si è negato un piacere.
 

la sperimentazione di genere a tre anni è una bella fase, di curiosità e scoperte: cerco di dargli la libertà di fare esperienza, consapevole che non sarà una gonna a determinare il suo orientamento sessuale - oggi lui impara che la mamma lo sosterrà in ogni sua scelta, anche se saranno scelte difficili; e impara che ogni scelta ha delle conseguenze, che le conseguenze possono essere belle o brutte e che la libertà consiste nell'affrontarle.

adesso ho tutta la giornata, tra i mille impegni, per prepararmi a reagire con la più attenta misura, stasera, alla sua giornata: niente di che, se sarà stata niente di che, partecipe se sarà stata difficile, allegra se tornerà a casa allegro.


ho deciso di non proteggerlo: se è un piccolo gesto, questo della gonna, allora perchè ho il cuore così gonfio?

mercoledì 5 novembre 2014

ebola

A Milano un ghanese ha scatenato il panico in un ambulatorio pubblico, durante una crisi respiratoria.
In una scuola di Roma un ragazzino nigeriano si è sentito male e nessuno ha voluto avvicinarsi a lui fino all'arrivo della squadra anti-contagio. Ovviamente nè il nigeriano nè il ghanese avevano l'ebola.
In un aeroporto di Madrid un uomo si è sentito male, era nero. Per paura del contagio nessuno si è avvicinato a lui per moltissimo tempo, causandone a morte. Per infarto.
Ancora a Roma un ragazzo somalo ha avuto un malore negli affollatissimi locali dell'ufficio Immigrazione della Questura, ancora una volta nessuno lo ha voluto soccorrere per venti lunghi minuti.
Madre e figlia turche, con intossicazione alimentare, hanno causato l'atterraggio a Fiumicino di un volo diretto a Pisa, e l'immediata attivazione delle misure di emergenza.
Una bambina nera è stata respinta dalle proteste dei genitori della sua scuola materna, dopo un'influenza.
Una bimba afroitaliana è stata guardata con sospetto al pronto soccorso dove si è presentata per una malattia esantematica e la sua famiglia trattata duramente, con l'aggressività scatenata dalla paura e dall'ottusità. Ma non aveva l'ebola.
Nessuno di loro l'aveva.

Le poche reazioni pubbliche a queste vicende sono le voci di lavoratori (o loro rappresentanti) indignati che si sentono poco protetti dato il continuo contatto con persone ritenute a rischio, che chiedono adeguate misure sanitarie.
Legittimo avere paura, per sè e per i propri figli.
Per nulla legittimo agire in base a una paura irrazionale come se fosse reale, causando la morte, il ferimento, il dolore di persone del tutto estranee.

Nessuno sottolinea che la pelle nera, di per sè, non è portatrice di alcun virus.
Che l'omissione di soccorso è un reato anche se commesso nei confronti di un nero.
Che nessuna delle persone che hanno scatenato l'allarme era appena arrivata da paesi a rischio, ma erano tutti in Europa da diverso tempo.
Che le misure adottate rendono già l'Europa una zona ragionevolmente sicura.
Che i pochi contagiati in Europa sono tutti operatori sanitari venuti in contatto con l'ebola nei paesi in cui lavoravano.
Nessuno dice che lasciar morire un uomo per vigliaccheria è infernale.
Nessuno dice che tenere a distanza un ragazzino malato e spaventato a scuola, o una bambina al pronto soccorso è un comportamento indegno, grave, portatore (lui sì!) di un virus terribile, quello della guerra tra simili.

Per favore, ripensiamoci, subito.