mercoledì 10 giugno 2015

la prova costume mai superata

leggetemi, sono su Instamamme

La prima volta che sono andata in Senegal avevo 32 anni ed ero in un villaggio piuttosto sperduto della Casamance dove non c’erano né acqua corrente né elettricità 
[...]
girando per il villaggio, per la prima volta nella mia vita ho avuto percezione del colore della mia pelle. 

il resto lo potete leggere nel sito della community delle mamme di Instagram: qui.

mercoledì 3 giugno 2015

storia di Wahid

Oggi vi racconto una storia.

Wahid viene dalla Sierra Leone.
In Sierra Leone, tra il 1995 e il 2001 c'è stata una terribile guerra civile*, dopo che il paese aveva già passato molti anni di violenza e passaggi di potere inevitabilmente sanguinosi.
Questa guerra ha causato 100 mila morti e 2 milioni e mezzo di profughi.
A questo si aggiunge che dal 2014 il contagio di ebola qui, in Sierra Leone, sta uccidendo migliaia di persone.
Non è un paese in cui qualcuno vorrebbe vivere, non è un paese in cui qualcuno vorrebbe volontariamente tornare.
Wahid è scappato nel 1998, a 23 anni ha dovuto lasciare tutto.
Ha fatto Il viaggio, quel viaggio tremendo di cui ormai si conoscono benissimo i dettagli**: Guinea, Mali, Niger, il deserto e l'arrivo in Libia e tre anni dopo aver lasciato casa sua è sbarcato finalmente a Lampedusa.
Nel 2002.
Vivo.

Quando è arrivato Wahid aveva ancora i segni delle torture sulla schiena e sulle braccia.
E li ha ancora, 17 anni dopo. 
Ha insistito per mostrarmeli, con pudore e determinazione, perchè se no diceva che non avrei capito.
E quei segni, sono sicura, li aveva anche negli occhi, quando è sbarcato.
Ma non ha incontrato nessuno che avesse voglia di guardarlo negli occhi o di guardare la sua schiena o le sue braccia.
E inspiegabilmente la sua domanda di asilo e' stata rifiutata.

Ha trovato un avvocato che ha fatto ricorso gratuitamente contro il diniego della domanda di asilo, e ha vinto. Ha avuto una sentenza del Tribunale in cui si diceva che il signor Wahid X viene riconosciuto rifugiato.
Ma intanto erano passati quattro anni. 
Quattro anni in viaggio e quattro per tornare a essere un qualcuno con il suo nome su un documento ufficiale.
Nove anni fa.
Nel frattempo però, come può succedere a chi vive per la strada, non avendo modo di lavorare ed essendo anche confuso da una faticosa sindrome da stress post traumatico, e' stato apparentemente coinvolto in una brutta storia ed e' finito in carcere.
Ne e' uscito, assolto per non aver commesso alcunchè, nel momento in cui e' stata emessa la sentenza con cui si accoglieva la sua domanda di asilo e lui veniva riconosciuto rifugiato.
Nove anni fa, Wahid era già passato, nella sua vita, dal crescere durante una orribile guerra, al viaggio in condizioni di tremende privazioni, alla strada e al carcere in Italia.
A 32 anni ne dimostrava cinquantadue.

Ho conosciuto Wahid a settembre dello scorso anno, per caso, una mattina in questura. 
Una delle tante mattine che lui passava in coda da otto anni anni per avere il suo legittimo permesso di soggiorno. 
Che ancora non gli era stato rilasciato, mai, in nessuna forma, in otto anni anni. A causa di una denuncia, per la quale era andato assolto.
Pazzesco.
Ci ho messo tre mesi di trattative, più o meno cortesi (ma soprattutto cortesi). 
Ho parlato, chiesto, prodotto documentazione medica e legale, poi il fascicolo è stato smarrito e ho ri-prodotto tutto, ho chiesto valutazioni agli assistenti sociali, ai medici, una lettera dalla moglie.
A dicembre gli hanno dato un permesso di sei mesi, in attesa di accertamenti. Volevo urlare. Quali accertamenti ancora?
Riparte la trattativa.
Finalmente tre settimane fa riesco ad avere appuntamento con la Dirigente e con il responsabile del settore Rifugiati. I quali, in maniera asciutta ma molto cortese, danno l'ok per il rilascio del permesso definitivo.
Oggi.
Nove anni, otto mesi, quattro giorni.
Nel frattempo la figlia, che e' nata qui cinque anni fa, e' finita in affidamento. 
La moglie, anche lei irregolare ma senza chanches di permesso (non viene da un paese in guerra, lei scappa solo da Boko Haram) lavora come colf tre ore al giorno e mantiene in nero tutta la famiglia.
Assistenti sociali e famiglia affidataria dichiarano che si tratta di persone più che in gamba.
Eppure.
Nove anni, otto mesi, quattro giorni per avere un permesso di soggiorno cui aveva diritto dal primo giorno.

Cazzo.

Ora Wahid potrà seriamente curarsi, finalmente sentirsi un uomo con una dignità, finalmente trovare un lavoro vero e riunire la sua famiglia, mettere in regola sua moglie e cominciare a lasciarsi alle spalle la guerra, le torture, le umiliazioni subite in Sierra Leone e in Italia.

Il 1 giugno 2015, l'altro ieri, Wahid e Valery si sono sposati, da soli, al Comune, in silenzio. 
Poi mi hanno telefonato.





* per chi volesse leggere qualcosa sul conflitto in Sierra Leone
Disegni di Guerra - Giuseppe Berton, ed. EMI
Soldatini di Piombo - Giulio Albanese, ed. Feltrinelli
Il prezzo del coraggio - Mildred Hanciles, Rosamaria Vitale, ed. Dalai
Memorie di un bambino soldato - Ismael Beah, ed. Feltrinelli

**per chi volesse approfondire il viaggio di queste persone, può leggere Bilal, di Fabrizio Gatti, ed. BUR

martedì 26 maggio 2015

#smALLholidays

questa sera presso lo Studio Legale La Scala di Milano, in vio Correggio 43 alle 18,00, verrà presentata la raccolta di racconti "SmALLholidays" ed. Cinquesensi
29 racconti + 1 a firma di persone note o non note dai 6 agli 80 anni  accomunate dall'appartenenza a famiglie a geometria variabile.

uno di questi racconti è mio.

si intitola "L'uomo della vita"
"[…] Ho quarantatre anni e fino a quattro anni fa le mie vacanze sono state in campeggio libero in Grecia, accampata a casa di amici con altri amici all’Elba, in Senegal a cercar di cooperare o in giro per l’Europa tra un alberghino e un b&b. Tutto è cambiato, quattro anni fa, anche le vacanze. Mi consola il fatto che, avendo trovato l’uomo della vita, qualche modifica nelle mie abitudini non sarà la fine del mondo.[...]"

La raccolta è curata da Raethia Corsini e Laura Lombardi
Prefazione del filosofo Salvatore Veca
copertina illustrata da Beppe Giacobbe

Dopo il natale, sono le vacanze l'oggetto dei 29+1 racconti dedicate, da genitori e da figli, all'esperienza delle famiglie a geometria variabile.
Dopo smALLchristmas, ecco smALLholidays: prefazione del filosofo Salvatore Veca (qui in veste di Presidente della Fondazione Campus, università del turismo a Lucca) e tanti nomi, alcuni comuni altri noti, tutti generosi nel condividere la propria storia, certi che l'esempio sia la miglior forma di insegnamento.
29 racconti + 1: nell'1 sta la somma delle testimonianze dei bambini, frasi semplici ma efficaci e potenti quanto un racconto.

AUTORI/AUTRICI
Diego Abatantuono, Claudio Barbagallo-Barbecoq, Matilde Bassanini, Stefania Berbenni, Rossella Boriosi, Felicita Chiambretti, Maria Corno e Caterina Scaramelli, Stefania Fei, Valia Galdi, Mauro Garofalo, Modou Gueye, Claudio Jampaglia, Rosanna Lavagna, Patrizia Malfatti, Maria Manuele, Silvia Mauro, Marco Montanari, Giuditta Pasotto, Anna Riccardi, Giorgio Rocca, Daniela Rossi, Graziano Rossi, Mayumi Ruggieri, Cristina Sebastiani, Giuseppe Sparnacci, Gabriella Tricca,
Debora Villa, Claudia Visani, Luciano Visconti




domenica 24 maggio 2015

anniversari

cinque anni fa, a quest'ora, facevo colazione nel ristorante dell'hotel La Madrague a Ngor.
e mi preparavo a partire per Saint Louis insieme a mio zio Angelo, a mio fratello e al mio fidanzato,  per sposarci.
domani sarebbe stato il nostro anniversario di matrimonio.
il quinto.
oggi, un anno, fa, a Milano, davanti a un giudice e con due avvocati a fianco, firmavamo la separazione.

I ricordi belli e quelli brutti si sommano, ma per il momento ancora non si annullano a vicenda, nessuna pace ancora.
confido che arriverà e che guardarmi indietro non sarà più così doloroso.
ho ancora la sindrome dell'arto fantasma e sento dolore in quella parte del corpo che però non c'è più.
passa. so che passa.

le mie giornate sono allegre, il mio bambino è sereno, il futuro non mi sembra più nero come la bocca spalancata di un mostro mostruoso.

penso che ci si sposi una volta sola.
e io mi sono sposata.
e domani è il mio anniversario e in qualche piccolo modo segreto lo festeggero'.

venerdì 22 maggio 2015

basta con le cene multietniche!

expo
nutrire il pianeta
il cibo
la cultura che si veicola attraverso il cibo
il cibo è cura, affetti, legami, tradizioni
credo che questo sia un concetto decisamente universale e incontrovertibile
e spesso, quando si parla di sforzi per l'integrazione tra italiani e migranti, ci si mette a tavola.

il principio è più che condivisibile
credo che dare da mangiare sia l'atto d'amore in assoluto più grande

ma

quante persone conoscete che mangiano kebab anche a colazione e che votano con convinzione un partito razzista che ha più volte (strumentalmente) cercato di far chiudere i ristorantini turchi e che grida beceramente che gli immigrati bisogna aiutarli a casa loro?
e quante ne conoscete che mangiano cinese, giapponese, eritreo senza nemmeno sapere dove mai siano questi esotici paesi?
molto di tutto ciò è merito di anni e anni di sforzi movimentisti di sinistra volti all'integrazione, che ci hanno insegnato ad amare gli involtini primavera, il pesce nigeriano e la yucca e il sushi insieme alle percussioni, al reggaeton e a Oum Kalsoum, senza però aiutarci minimamente a condividere tra persone diverse le differenze reali.

ci siamo messi a tavola per conoscerci, ma non ci siamo conosciuti affatto perchè non abbiamo mangiato insieme, ci siamo limitati a mangiare il cibo gli uni degli altri
è mancato l'amore, in questo atto

non basta mangiare uno il cibo dell'altro per aprire uno spiraglio di coesistenza.
mangiare piatti altrui può annaspare verso una superficiale integrazione, ma visti i risultati e la mancanza di altri gesti, oggi posso dire che non è l'integrazione - che aggiunge, integra, l'esistente con elementi nuovi e li fa suoi - che mi interessa.
mi interessa la coesistenza.
quella cosa per cui oltre a recepire le reciproche novità, integrandole, ci si rispetta e ci si permette di viversi a fianco in pace.

è ora di passare dalle cene multietniche in cui un gruppo di donne nere che non parlano una parola di italiano stanno in cucina e grupponi di famiglie italiane benintenzionate mangiano con le mani, financo! sui tavoli della mensa dell'oratorio, al dialogo, quello vero, quello che passa prima per il rispetto e poi per la valutazione della possibile coesistenza delle differenze.

io sono arcistufa delle cene multietniche, quando poi a scuola le mamme latine parlano solo con quelle latine e quelle arabe solo tra loro e le italiane che sono più svelte e hanno più strumenti e magari sono anche più benestanti e hanno più tempo (ma non sempre) fanno le rappresentanti di classe.
una cena, se non mangiamo davvero insieme, allo stesso tavolo, condividendo il cibo e raccontandoci un pezzetto di vita, non è null'altro che un accumulo di calorie e sapori, niente a che vedere con un gesto sociale e politico che vorrebbe essere significativo.

vi faccio un altro esempio
in questi giorni ho avuto ospiti due ragazze: una modella norvegese vegana necessariamente attenta a quello che mangia e una americana vegana crudista.
in tanti mesi di B&B, con gli altri ospiti, c'era sempre stato il momento in cui offrire un caffè dava il via  alla chiacchiera - un gesto automatico, quante nuove amicizia sono nate dicendo ci prendiamo un caffè? - e non mi ero mai resa conto davvero di quanto mi fosse difficile iniziare un dialogo affettuoso senza un caffè.
l'ho imparato con loro.
frasi inizialmente timide, poi via via più sicure, senza lo scudo del caffè.

noi mettiamo a tavola per parlare e guardarci negli occhi.
è una cosa molto bella.
e mettiamo a tavola anche per prendere tempo e studiarci.
è altrettanto bello e confortante.

ma è profondamente sbagliato pensare che questo basti o che se questo non c'è allora non c'è altra possibilità.

passiamo dalle cene multietniche forzate, allo sforzo, concreto, di fare amicizia con una mamma, una qualunque tra quelle della scuola, con la pazienza di capire il suo italiano imperfetto e la sua scelta di portare l'hijab e magari la sua riservatezza e i suoi occhi bassi che a volte poco si sposa con la nostra caciaronità?
dopo aver fatto questo, allora mettiamoci a tavola.