mercoledì 18 agosto 2010

seguendo baldwin


Quando ti trovi in un'altra cultura, sei costretto a riesaminare la tua.
Tutto nella vita dipende da come quella vita accetta i propri limiti.

Sapevo di essere nero, naturalmente, ma sapevo anche di essere molto sveglio. Non sapevo come avrei usato il cervello, né se avrei potuto usarlo, ma quella era l'unica cosa che potevo usare.
JAMES BALDWIN

James Baldwin (1924-1987), nero, americano, nato e cresciuto negli Stati Uniti e vissuto perlopiù in Francia e in Svizzera, è stato un grande scrittore, esponente del movimento dei diritti civili, pacifista, in grando di affrontare argomenti difficili come l’omosessualità, il razzismo, la discriminazione, confrontandosi in continuazione con il suo essere afroamericano in un’America principalmente bianca.

se Baldwin non avesse scritto anche per me, che non sono nera, non avrebbe scritto nulla di interessante.

io non sono nera, sono bianca e mi va bene esserlo e mi andrebbe bene essere anche nera o qualunque cosa Dio avesse deciso per me.
sicuramente sono sveglia e posso usare il cervello, ma non sempre questo mi serve a riesaminare la mia cultura: a volte il cervello entra in corto e mi impone di difendere la mia cultura da attacchi reali o ipotetici.
ma la difesa e la fuga non sono mai buone politiche.

cosa significa essere in un altra cultura e riesaminare la propria?
certamente riesaminare non significa rifiutare, rigettare, abbandonare.
ma il confine tra confronto e il vuoto della mancanza di radici è sottile, nella nostra testa, e la paura di attraversarlo è sempre molto forte.

ho sentito una donna italiana, che si percepisce persona progressista, aperta, interessata alle culture altrui e rispettosa, argomentare come fosse legittimo costringere suo genero, musulmano, a brindare con champagne e a berne almeno un sorso per buon augurio all’arrivo del Nuovo Anno, pochi giorni dopo essere arrivato in Italia, senza cogliere neppure per un istante la violenza di quel gesto.

ho abbracciato una donna filippina, insegnante di italiano ai suoi connazionali, che piangeva perchè la sua bambina di nove anni, nel pieno della fase in cui i bambini hanno necessità di sentirsi parte di un gruppo di pari, rifiutava di parlare la lingua dei genitori fino a farsi venire delle crisi isteriche se la madre per la strada si rivolgeva in tagalog a conoscenti filippini.

compiamo spesso gesti che tradiscono la paura e gesti che alimentano la nostra stessa paura.
a volte la paura diventa accoglienza eccessiva verso la cultura altrui, accoglienza che ci trasforma o ci sembra che ci trasformi.

conosco una Mame Diarra italiana, ma non conosco il suo nome italiano: lei è italiana e bianca, di nascita, ma più senegalese di una senegalese, di fatto.
la prima volta che la incontrai, in un gruppo di amici, rimasi stupita e offesa quando vidi che stringeva la mano per salutare i senegalesi, ma saltava con nonchalanche me e un’altra ragazza italiane.
qualche mese dopo mi spiegò che lei, musulmana murid a suo dire osservante, non poteva rischiare di stringere la mano a una donna mestruata e quindi impura, e che non aveva problemi con le senegalesi, dal momento che loro stesse si sarebbero ritirare durante i giorni del ciclo.
non ho mai visto una donna senegalese, murid o no, fare lo stesso gesto con queste motivazioni.

nel suo caso, la mia paura verso chi mi sembra abbia dimenticato sé stessa diventa un disprezzo che è però ottuso se non alimenta anche una riflessione e una forma comunque di rispetto verso una persona che ha creato per sé, in età adulta e in mancanza evidentemente di altri punti di riferimento, una forma culturale personale e unica.

mi infastidisco quando incontro un Mouhamadou che con i colleghi di lavoro, operai dalla mente semplice che non immaginano quanto di bello ci sia al di là del loro naso, con i negozianti del paese, gli amici e i conoscenti italiani, si fa chiamare Giorgio, per semplicità dice, per sentirsi un po’ più a casa, dico.
eppure io mi chiamo anche Seynabou, un nome che non ho scelto (pur avendo scelto di avere un altro nome) e che non mi piace (ci sono nomi dai suoni più dolci, in Africa), ma che ha un significato profondo, tra cui quello di sentirmi a casa è solo uno.
dò superficialmente per scontato che Mouhamadou/Giorgio abbia rinunciato ad un pezzo di sé, in nome dell’integrazione cui la società di arrivo lo costringe per permettergli una quotidianità vagamente normale.
ma io so che Cristina/Seynabou non ha rinunciato ad un pezzo di sé, semmai ha aggiunto qualcosa che era già “sè” e che si è con il tempo ulteriormente rafforzata.
Mouhamadou mette in atto una forma di protezione verso il suo nome continuamente storpiato e quindi di sé e del suo nucleo personale a cui nessuno deve poter accedere con leggerezza.
ma ho paura, pur comprendendola, della forma di protezione che Mouhamadou ha scelto per sé, che in qualche maniera, socialmente, esclude.

la paura è uno dei sentimenti più forti e più inquinanti nelle relazioni tra persone di cultura diversa.
paura di non andare abbastanza in là.
o paura di superare il confine e di perdersi.

io dico che abbiamo diritto ad avere paura.
cultura significa identità, significa la materia di cui sono fatta, significa i miei ricordi, il significato che attribuisco alle cose, significa ciò che mi dà sicurezza e la facilità di tutto quello che mi sostiene e che posso dare per scontato.

è bello entrare in relazione con persone che portano culture differenti, in diverse relazioni che aprono porte sui diversi aspetti di quelle culture.
ma fa paura.
e l’ipocrisia maggiore di noi splendidi progressisti è quella di fingere di non aver paura.
e il limite maggiore che a volte chi emigra si impone è proprio una paura paralizzante.
abbiamo paura e ci chiudiamo.
abbiamo paura, ma andiamo avanti.
abbiamo paura e sbagliamo.
abbiamo paura e costruiamo qualcosa.
siamo affascianati, e abbiamo paura.
siamo animati dalle migliori intenzioni e abbiamo paura.
è legittimo.

non abbiamo diritto di incolpare gli altri, della nostra paura, non abbiamo diritto di mancare di rispetto gli altri, in nome della nostra paura, non abbiamo paura di rifiutare gli altri, in nome della nostra paura.

semmai possiamo rifiutarli perchè non ci piacciono, perchè fanno cose che non approviamo: per arrivare ad un giudizio libero dobbiamo superare la fase della paura.

quando ti trovi in un’altra cultura sei costretto a riesaminare la tua.
ma per poter riesaminare, cioè mettere in discussione, cioè rischiare di vedere sgretolarsi uno dei tuoi sostegni senza sapere cosa lo sostituirà, per poter davvero riesaminare come ha fatto James Baldwin che ha potuto così contribuire a far crescere di un bel po’ la società mista, devi mettere in conto la paura e non aver paura della paura.

5 commenti:

Enza Elena ha detto...

Bello Cri :-* anche se credo che Mamadou abbia il diritto di farsi chiamare Giorgio proprio come tu hai il diritto di FArti chiamare Seynabou. :-)

cri ha detto...

sì certo enza.
infatti dico che mi irrita e rifletto sulla mia (non legittima) irritazione, non sul suo diritto e sulle sue motivazioni che, dico, comprendo ;-P
e comunque, si chiama Mouhamadou e non Mamadou :-DD, evidentemente ha mOOOlto diritto di farsi chiamare Giorgio :-PP

grazie per aver letto :-*

tuppa tup ha detto...

bellissimo cri "la paura è uno dei sentimenti più forti e più inquinanti nelle relazioni tra persone di cultura diversa.".
Non solo di cultura diversa. La paura dell'altro da se è qualcosa che è insito nell'essere umano. Ci vuole un gran cor...aggio nell'accettarsi così come si è, nel trovare i propri punti di forza e cercare di lavorare su quelli di debolezza. Nel momento in cui ti accetti come sei, con il tuo nome (te lo dice una che su fb si chiama tuppa tup ahahahha), con la tua straordinaria diversità (straordinaria intesa come fuori dall'ordinario) rispetto agli altri, allora sei pronto a incontrare l'altro con meno paura.

La paura non è volontaria. E' come una scorreggia. Quando deve uscire, esce :) e non ci puoi fare niente. Ma puoi farla in bagno. Nel senso che puoi decidere di lavorarci su e trattenerla :) Che bell'esempio he? :)


... e ora non venirmi a dire che tu non scorreggi! sarebbe come dire che tu non hai paura :D ahahhaah

cri ha detto...

altro che se ho paura!
ma non ho paura di aver paura ;-)) e quindi se ci lavoro su significa che ci rifletto e non la trattengo, per restare sulla tua splendida metafora, ma anzi, la lascio uscire in tutta la sua puzza, così prende aria, l'i...ntestino si rilassa, qualcuno storce un po' il naso ma dura un attimo, e il maldipancia è passato.
ho paura, ma non mi vergogno di aver paura.

non so se la paura dell'altro deriva dalla poca o tanta accettazione di sè, sicuramente è correlata e si sovrappone, ma conosco persone estremamente consapevoli di sè che però si ritrovano spaventate dall'altro (cuturalmente altro o meno): la differenza è che rispetto ad altre persone, meno consapevoli, loro sanno di aver paura quando hanno paura e non le danno un altro nome e non incolpano qualcosa d'altro.
ecco, io vorrei arrivare lì.

Anonimo ha detto...

molto bello Cri.
la cultura ovviamente fa parte dell'essere umano, dell'essere socialmente umano e sbarazzarsene non solo credo che sia difficile o impossibile ma addirittura deleterio; riconoscerne invece la temporalità, la possibilità di modificarla, di mischiarla, di non condividerla in certi tratti, aspetti ecc., è il modo migliore per combattere quell'ignoranza/chiusura che più di tutte mi spaventa...e nel tentativo di riconoscere devi guardare oltre e mettere a confronto e imparare a vivere tutte le sensazioni che ti percorrono in questa ricerca di te, del tuo essere culturale a confronto, compresa la paura; perchè credo fortemente che le sensazioni, anche le meno accettabili, le rendi innocue proprio se le accetti

Ilaria