lunedì 22 novembre 2010

la mia Tabaski, l'anno 2010

Eid el-Adha, festa del sacrificio o festa grande, celebra la scelta di sottomissione dell’uomo ad Allah ed è una festa di gioia e di allegria, vestiti nuovi, cibo a volontà, doni, monete ai bambini che passano di porta in porta a mostrare con orgoglio pettinature, scarpe nuove e ricami dorati.

Allah vuole stringere un patto di alleanza con Abramo, verificare la sua fede e garantirgli una dinastia che abiterà tutto il mondo e sarà benedetta, portando la fede di Abramo a tutte le nazioni: per dare prova della sua fede in Allah, Abramo accetta di obbedire ad un comando, di sacrificare suo figlio nel giorno e nel luogo che gli viene indicato.
Abramo supera la prova, la sua fede è salda, ma avrebbe potuto non esserla, avrebbe potuto rifiutare di sacrificare quel figlio, unico erede legittimo avuto da Sara che è rimasta incinta in età molto avanzata e solo grazie all’intervento divino; avrebbe potuto proteggerlo, non fidandosi di donare a Dio la sua vita e ad Ismaele, figlio illegittimo, la sua discendenza.
Il rischio è dell’uomo ed è di Dio, che ha concesso all’uomo libertà di scelta.
Aver fede significa considerare Allah è affidabile, credere che Egli manterrà i suoi impegni e onorerà i suoi doveri.
E’ una libera considerazione.
E' la libertà di scelta che viene celebrata ogni anno in questa festa.

Ho festeggiato la Tabaski in Senegal quest’anno, a casa di mio marito, a Saint-Louis.

Dopo la preghiera in moschea, al mattino, si compie il sacrificio, uccidendo un montone con la recisione della giugulare e facendone defluire il sangue in una fossa scavata apposta.
E’ un momento molto forte, per un istante l’aria diventa rarefatta, il respiro ti si ferma in gola, dura un attimo poi tutto torna normale, la morte è passata e se n’è andata e anche questa volta non si è portata via Isacco e anche questa volta ha ribadito il rispetto reciproco che esiste tra Allah e l’Uomo.

Mio marito non ha detto quasi una parola, la sua pietà per quel montone bianco, grande e forte, tenuto saldo dalle sue mani, era nei suoi muscoli tesi, nel cuore che batteva, nell’oppressione dei minuti precedenti e delle ore successive, nel silenzio e nel rispetto per quell’animale che moriva per nutrire l’alleanza tra un uomo e il suo dio.
Mi ha insegnato, in poco meno di un minuto, una considerazione della vita e della fede semplice e salda: lui non lo sa, ma mi ha insegnato a essere forte.

La Tabaski non è solo quello che vediamo noi da qui, abituati a vedere la carne e gli animali come due cose separate (una nel bancone del supermercato e gli altri nei documentari), non è una festa di sangue, una celebrazione di potere infarcita di spese eccessive e superficiali, di riti conservatori, di spreco nella peggiore tradizione.
Vediamo negli altri solo quello che siamo capaci di vivere noi stessi.
La Tabaski è anche questo, una festa consumista proprio come il nostro Natale moderno di soldi buttati, debiti, necessità di rendersi importanti attraverso doni fintamente importanti.
Ma, come il Natale, la Tabaski è anche altro.

La Tabaski a casa di mio marito è stata una festa quieta, di soldi se ne sono spesi, quelli giusti per celebrare il rito e dare soddisfazione ai ragazzi che vestiti con i loro abiti nuovi bianchi e ricamati e le babbucce marocchine se ne andavano in giro per il quartiere come due galletti spennati.
Mia suocera e mia cognata, B e i ragazzi hanno lavorato però tutto il giorno, impegnati insieme nel rito, nella scuoiatura, nella preparazione e poi nella cottura della carne per sé, per i giorni a venire e per i poveri a cui vanno donate in parte.
Hanno lavorato quasi in silenzio, fino a che, verso sera, lavati con una doccia dalla fatica, dalla polvere, dal senso di stupore, e vestiti con gli abiti nuovi, non è iniziato il giro dei saluti e degli auguri.
Dèwenèti
Ball ma akk
Ball nala
Yallah na ñu yalla boole ball
Auguri.
Ti chiedo perdono
E io chiedo perdono a te.
Che Allah perdoni tutti noi.

Gli uomini in giro per il quartiere e le donne in casa, a ricevere i parenti in arrivo e i bambini nel giro delle case.
Fa caldo, ha fatto caldo tutto il giorno ma quando comincia il giro dei saluti è il tramonto e rinfresca: la luna non è piena, ma brilla luminosa.
Un stretta di mano, uno sguardo incuriosito a questa toubab vestita di verde intimidita sul divano di pelle del salone, la spiegazione orgogliosa: “è la moglie di B”, gli auguri a filastrocca come acqua che scorre sui ciottoli, altri auguri alla padrona di casa e si riprende la strada del quartiere.
Mi aspettavo fuochi d’artificio, sabar tutta la notte, chiamate da ogni minareto, quella sguaiatezza tipica delle feste tradizionali di ogni luogo: c’è solo un momento, breve ma intenso, di esplosione gioiosa di scambi di richiami di suoni di esibizioni pavoneggianti.

La giornata ha celebrato un sacrificio, l’alleanza, in silenzio, con rispetto, in pace, rendendo più saldo il legame in una famiglia riunita dopo gli anni di lontananza e in una piccola famiglia nuova nuova che festeggiava la sua prima Tabaski.


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