sabato 17 luglio 2010

Liberi!

riporto integralmente da Fortress Europe


MILANO - Finalmente liberi! I 205 eritrei detenuti a Brak dopo la rivolta di Misratah del 29 giugno, sono tornati in liberta'. Una volta tanto Gheddafi e' stato di parola. A mezzanotte di ieri sono stati trasportati nel centro di detenzione di Sebha, dove questa mattina sono stati rilasciati con un documento d'identita' valido in tutta la Libia, della durata di 3 mesi. Li abbiamo raggiunti telefonicamente, in questo momento stanno bene, ma sono ancora a Sebha. E si' perche' anche se liberi, nessun autista finora ha accettato di prenderli a bordo. E chi e' riuscito a convincere i taxisti si e' visto fermare ai posti di blocco fuori citta' ed e' stato fatto tornare indietro. Probabilmente ci vorra' qualche giorno prima che la comunicazione arrivi alle autorita' competenti. Intanto pero' l'OIM, l'UNHCR e il CIR a Tripoli sono stati informati della situazione e speriamo trovino una soluzione a breve.

L'altro problema e' che il documento di soggiorno scade fra tre mesi. In teoria lo possono rinnovare trovando un contratto di lavoro e rinnovando il visto su un passaporto, cosi' e' stato detto loro, ma il passaporto non possono certo andarlo a ritirare all'ambasciata eritrea a Tripoli. Infatti, molti sono disertori dell'esercito e presentandosi alle autorita' consolari, rischiano di mettere a repentaglio i familiari rimasti in Eritrea. Inoltre chi di loro e' gia' registrato presso l'ufficio rifugiati dell'Onu a Tripoli non ha piu' speranze, dato che la Libia non avendo mai firmato la Convenzione di Ginevra non riconosce l'asilo politico a queste persone. Insomma il problema e' solo rimandato di tre mesi. Se l'Italia e l'Europa non accolgono queste persone prima di tre mesi, il documento temporaneo che oggi hanno avuto scadra' e di nuovo rischieranno di essere arrestati e rimpatriati.

Da parte nostra riportiamo l'appello che ci e' stato fatto dagli eritrei al telefono. Chiedono all'Italia e all'Europa di accoglierli. La loro meta non e' la Libia. L'Italia in particolare e' doppiamente tirata in causa, visto che una buona meta' dei 205 eritrei di Brak sono stati respinti in mare nel 2009 dalle nostre motovedette.

Grazie a tutti quelli che hanno sostenuto la campagna mediatica per la liberazione degli eritrei.

Adesso pero' si tratta di continuare a fare pressione affinche' si arrivi all'accoglienza di queste persone e al loro reinsediamento in Europa come rifugiati politici. Basta poco. Basterebbe che ogni Stato membro si dichiarasse disponibile ad accogliere 10 eritrei, e gia' sarebbero 270 persone a cui eviteremmo di rischiare la vita in mare. Ricordatevi di loro la prossima volta che si conteranno i morti al largo di Lampedusa, ricordatevi che li avevamo incontrati prima, quando ancora erano nelle carceri libiche, che ci eravamo spesi per la loro liberazione, ma che poi nessun paese li volle accogliere. Perche' partiranno. Nessuno di loro in Libia ha una prospettiva a queste condizioni. Se non si trova una soluzione prima di tre mesi, c'e' da aspettarsi che arriveranno via mare. E c'e' da sperare che il viaggio si concluda senza vittime, come purtroppo troppo spesso accade.


e infine una buona notizia 236 eritrei sbarcano a Portopalo e riescono a disperdersi nel territorio ! Tra sabato e domenica scorsi, nella zona di Siracusa, in condizioni di salute preoccupanti, hanno subito chiesto l'asilo politico e verrà loro riconosciuto.

1 commento:

cri ha detto...

Continua in Libia il dramma dei 250 profughi e richiedenti asilo eritrei liberati il 16 luglio dal carcere di Brak, nel cuore del deserto libico. La maggior parte di loro – secondo quanto si legge su Avvenire - si trova in questi giorni nella città di Sebah, dove tuttavia non c’è riparo né opportunità di lavoro e dove il permesso di soggiorno, ricevuto all’uscita dalla prigione, è valido ma solo per tre mesi. Un centinaio di loro si trova invece a Tripoli, capitale del Paese, in condizioni, tuttavia, di permanenza illegale, partiti grazie ad una colletta dei compagni di sventura: sono gli uomini feriti in maniera grave durante la rivolta di Misratha, il 29 giugno scorso, e che ora, dopo esser stati abbandonati per giorni nelle carceri di Brak, possono forse ricevere le cure necessarie. A richiamare l’attenzione su questa drammatica vicenda è don Mussie Zerai, sacerdote eritreo e presidente dell’associazione Habeshia che da settimane si batte per la tutela di questi uomini. Dopo la loro scarcerazione – è il suo appello – i riflettori dei media si sono spenti, mentre invece tanto l’Italia quanto i Paesi dell’Unione Europea - afferma il sacerdote - “devono accogliere questi ragazzi, offrire loro la possibilità di chiedere asilo politico e costruirsi una nuova vita”. Anche perché – sottolinea padre Zerai – alcuni dei profughi sono fra coloro che furono respinti dall’Italia, nell’estate del 2009, a bordo di barconi carichi di migranti e richiedenti asilo, provenienti dalle coste libiche. “Abbiamo i nomi di cento respinti” conclude il sacerdote. (C.D.L.)

2agosto2010