venerdì 13 aprile 2012

coppie miste #1 - Adila

Oggi vi racconto una storia.
La storia della mia amica Adila.
Una storia che mi tiene sveglia la notte, tra frustrazione e dolore, preoccupazione e goffi tentativi di capire il punto di vista di tutte le parti.
Quello che so, è che in questa storia, una storia d'amore, stanno soffrendo in molti, e che c'è qualcosa di profondamente sbagliato.

In arabo Adila significa Giusta e i suoi genitori possono davvero ringraziare Allah per averle permesso di compiere il loro desiderio per lei.
Adila ha 27 anni, è nata a Milano poco dopo l'arrivo dei suoi dall'Egitto: papà è ingegnere, ha fatto carriera ad Alessandria, poi è stato nominato dirigente e mandato a Milano; mamma è casalinga e Adila ha un fratello più piccolo, Abed.
Una bella famiglia, li ho conosciuti in montagna, un'estate che faceva un gran caldo e i cieli sul ghiacciaio del Presena sembravano a tutti ancora non abbastanza lontani dalla fuliggine cittadina che ci portavamo dentro: ci siamo messe a chiacchierare appena fuori dal rifugio, una mattina presto prima che i nostri gruppi prendessero la ferrata, e poi abbiamo continuato quando siamo scese in paese, e poi a Milano.
Non abitiamo neppure troppo lontane.
Ha un sorriso appena accennato, che non lascia quasi mai i suoi occhi, parla lentamente e ascolta con tutta sè stessa, si muove con cautela, senza eccessi, e allo stesso tempo con quella sicurezza di sè che rende la sua bellezza qualcosa di profondamente radicato.
Adila sta facendo un master sulle mediazioni dei conflitti, a Pisa.
Porta il velo e condivide l'osservanza della sua famiglia, con un orientamento per gli studi sufi che l'hanno portata a una fede che affianca l'intelletto al cuore.
Vorrei poter dire che ci vediamo spesso, ma più realisticamente, diciamo che cerchiamo di sfruttare al meglio il tempo che ci è concesso: la maggior parte delle volte discutiamo di migrazioni e discriminazioni, il campo che ci accomuna e nel quale prima o poi, ne sono sicura, riusciremo a fare insieme molte cose; Adila è una persona molto riservata e per farla parlare di sè a volte devo metterla davanti ai fornelli, lì si rilassa e mi racconta.
E l'estate scorsa preparandomi un frullato mi ha raccontato quello che stava passando.
Quello che oggi, a distanza di quasi un anno, l'ha fatta dimagrire, ha spento la sua pelle e velato il suo sorriso, senza che lei accenni ancora ad arrendersi.
Non si arrenderà, ma sono preoccupata.

Adila si è innamorata di Alberto due anni fa.
Un uomo quasi perfetto.
Fa l'educatore, lavora principalmente al Beccaria, il carcere minorile.
Un uomo brillante, con molti interessi e grandi riserve di energia.
Un uomo che ha la stessa forza quieta che scaturisce dalla sua donna: questa forza misteriosa che li unisce profondamente.
Non potete sapere come amo passare il tempo con quei due!
Oltrettutto entrambi apprezzano quanto e più di me, la buona cucina: per questo, anche, li annovero tra gli eccelsi!

La scorsa primavera Adila e Alberto hanno annunciato alla famiglia di lei l'intenzione di sposarsi, e prima ancora, l'intenzione di Alberto di convertirsi all'islam per poterla sposare ed educare religiosamente i loro figli.

Da allora Adila e suo papà non si parlano più, il rapporto cameratesco e facile che li univa si è congelato.
La mamma non le ha rivolto la parola per quasi un anno.
Suo fratello fa l'adolescente ottuso che vuole difendere l'onore della famiglia.
E tutta la comunità la tiene d'occhio, si intromette, apostrofa suo papà al bar chiedendogli come possa permettere alla figlia di sposare un italiano.
Adila è anche italiana, ma questo non fa alcuna differenza.
Non fa differenza l'intelligenza di questa donna, l'onestà di questa coppia, la loro fede condivisa e il progetto di vita comune: Adila non deve permettersi di mettere da parte la sua origine, con la sua decisione ha spaventato i vecchi e scosso i giovani che non hanno il suo stesso coraggio.

E siamo a Milano, anno 2012, quartiere Greco-Maggiolina (il quartiere dei giornalisti, degli intellettuali! quanto sarcasmo in questo aggettivo, adesso).

Girano voci che un gruppo di ragazzi, che lei riteneva amici, avrebbe avuto intenzione di intrufolare della cocaina nello zaino di Alberto e poi denunciarlo.
E non stiamo scrivendo la trama di un film.

Qualcuno, alla moschea, alla funzione del venerdì, ha preso la parola e ha insultato Adila invocando su di lei la punizione di un dio che con queste umane meschinerie non ha nulla a che fare.
Un dio diverso da quello a cui Adila si sente di appartenere, un dio che suggerisce alle signore di sussurarle alle spalle se la incontrano al supermercato, che suggerisce alle ragazze di dirle apertamente "non ti vogliamo più frequentare".
Un dio che non è Quello a cui Adila appartiene con tutta sè stessa.

Nessuno di noi, prima di tutti Adila e Alberto, si sarebbe mai aspettato questa reazione inconsulta e irrazionale.
Conosciamo il papà di Adila come una persona saggia e tranquilla, certamente una persona con cui poter parlare: ma di questo non parla e nessuno sa come prenderlo.
Lo immagino sofferente, ma non riesco a giustificarlo.
La comunità di Adila sta tirando fuori il peggio di sè, sta cercando di logorarla, la sta logorando.

Il fatto è che Adila non ha alcuna intenzione di rinunciare alle sue radici, al mondo da cui proviene, alla cultura che l'ha cresciuta.
E Alberto la rispetta: il loro legame è fatto di entrambe le culture, le loro radici sono intrecciate.
Ma è come se un fascio delle tante radici di Adila le si stesse rivoltando contro: non ammettono l'innesto, lo rigettano come un corpo estraneo e in questo modo rigettano lei, che in 27 anni di innesti nella sua anima ne ha visti fiorire molti.

Adila e io ci siamo rivolte a una guida spirituale in Senegal, che ha pregato per lei e le ha inviato un oggetto segreto, perchè lei e Alberto siano protetti dalla cattiveria.
Piano piano il legame con sua mamma si sta ricostruendo e una zia, dall'Egitto, si è assunta il compito di riportare alla ragione il suo fratello preferito, il papà di Adila.
E' difficile pensare a come farà questa famiglia a restare unita: la scelta è tra la figlia e il resto della comunità.
Una scelta che per qualcuno sarebbe ovvia, per qualcun altro è molto più difficile e dolorosa di quanto la mia generazione, cresciuta guardando più verso il mondo che verso casa, possa immaginare.

Sono addolorata per lei, sono preoccupata: il matrimonio si farà, Adila ha bisogno di tempo ma non ci rinuncerà, e io non vedo l'ora di festeggiare questi due ragazzi coraggiosi.
Ma il prezzo da pagare potrebbe essere alto e una coppia qualsiasi ne potrebbe essere devastata.
Confido nel loro essere speciali e non qualsiasi.
E nell'amore di Allah su di loro.


Questa è Milano, oggi, e non c'è bisogno di scandalizzarsi: troppo facile, troppo sbagliato giudicare e girarsi dall'altra parte invocando lo scontro di civiltà.
Ci sono troppi livelli di scontro (genitori e figli, generazioni diverse, famiglie allargate che si intromettono, immigrati di prima e seconda generazione, italiani che hanno relegato in soffitta storie già accadute in quasi tutte le famiglie, mondi piccoli e mondo globale a confronto): se Adila non portasse un velo e non pregasse rivolta verso la Mecca, chi di noi potrebbe dire che scavando nelle storie di famiglia non c'è mai stato nulla di simile?
E se oggi, in molti ambienti, i matrimoni sono un fatto individuale, ci sono ancora molte famiglie in cui uno sposo o una sposa sgraditi vengono convinti ad allontanarsi, in cui genitori e figli non si parlano e poi vanno a "C'è Posta per te" a ricongiungersi pubblicamente.
Questa è Milano oggi, una Milano difficile: l'unica via per andare a fondo in questa storia è la voce; far emergere il conflitto, guardarlo e trovare ciò che si può sanare.
E Adila e Alberto dovranno convivere con ciò che non si può sanare, sapendo che per i loro figli, almeno questa fatica sarà risparmiata.

1 commento:

cri ha detto...

(**) la fotografia ritrae una ragazza afghana che non ha nulla a che vedere con la mia Adila, che peraltro è anch'essa un personaggio di fantasia che nulla ha a che vedere con fatti o persone reali