mercoledì 3 giugno 2015

storia di Wahid

Oggi vi racconto una storia.

Wahid viene dalla Sierra Leone.
In Sierra Leone, tra il 1995 e il 2001 c'è stata una terribile guerra civile*, dopo che il paese aveva già passato molti anni di violenza e passaggi di potere inevitabilmente sanguinosi.
Questa guerra ha causato 100 mila morti e 2 milioni e mezzo di profughi.
A questo si aggiunge che dal 2014 il contagio di ebola qui, in Sierra Leone, sta uccidendo migliaia di persone.
Non è un paese in cui qualcuno vorrebbe vivere, non è un paese in cui qualcuno vorrebbe volontariamente tornare.
Wahid è scappato nel 1998, a 23 anni ha dovuto lasciare tutto.
Ha fatto Il viaggio, quel viaggio tremendo di cui ormai si conoscono benissimo i dettagli**: Guinea, Mali, Niger, il deserto e l'arrivo in Libia e tre anni dopo aver lasciato casa sua è sbarcato finalmente a Lampedusa.
Nel 2002.
Vivo.

Quando è arrivato Wahid aveva ancora i segni delle torture sulla schiena e sulle braccia.
E li ha ancora, 17 anni dopo. 
Ha insistito per mostrarmeli, con pudore e determinazione, perchè se no diceva che non avrei capito.
E quei segni, sono sicura, li aveva anche negli occhi, quando è sbarcato.
Ma non ha incontrato nessuno che avesse voglia di guardarlo negli occhi o di guardare la sua schiena o le sue braccia.
E inspiegabilmente la sua domanda di asilo e' stata rifiutata.

Ha trovato un avvocato che ha fatto ricorso gratuitamente contro il diniego della domanda di asilo, e ha vinto. Ha avuto una sentenza del Tribunale in cui si diceva che il signor Wahid X viene riconosciuto rifugiato.
Ma intanto erano passati quattro anni. 
Quattro anni in viaggio e quattro per tornare a essere un qualcuno con il suo nome su un documento ufficiale.
Nove anni fa.
Nel frattempo però, come può succedere a chi vive per la strada, non avendo modo di lavorare ed essendo anche confuso da una faticosa sindrome da stress post traumatico, e' stato apparentemente coinvolto in una brutta storia ed e' finito in carcere.
Ne e' uscito, assolto per non aver commesso alcunchè, nel momento in cui e' stata emessa la sentenza con cui si accoglieva la sua domanda di asilo e lui veniva riconosciuto rifugiato.
Nove anni fa, Wahid era già passato, nella sua vita, dal crescere durante una orribile guerra, al viaggio in condizioni di tremende privazioni, alla strada e al carcere in Italia.
A 32 anni ne dimostrava cinquantadue.

Ho conosciuto Wahid a settembre dello scorso anno, per caso, una mattina in questura. 
Una delle tante mattine che lui passava in coda da otto anni anni per avere il suo legittimo permesso di soggiorno. 
Che ancora non gli era stato rilasciato, mai, in nessuna forma, in otto anni anni. A causa di una denuncia, per la quale era andato assolto.
Pazzesco.
Ci ho messo tre mesi di trattative, più o meno cortesi (ma soprattutto cortesi). 
Ho parlato, chiesto, prodotto documentazione medica e legale, poi il fascicolo è stato smarrito e ho ri-prodotto tutto, ho chiesto valutazioni agli assistenti sociali, ai medici, una lettera dalla moglie.
A dicembre gli hanno dato un permesso di sei mesi, in attesa di accertamenti. Volevo urlare. Quali accertamenti ancora?
Riparte la trattativa.
Finalmente tre settimane fa riesco ad avere appuntamento con la Dirigente e con il responsabile del settore Rifugiati. I quali, in maniera asciutta ma molto cortese, danno l'ok per il rilascio del permesso definitivo.
Oggi.
Nove anni, otto mesi, quattro giorni.
Nel frattempo la figlia, che e' nata qui cinque anni fa, e' finita in affidamento. 
La moglie, anche lei irregolare ma senza chanches di permesso (non viene da un paese in guerra, lei scappa solo da Boko Haram) lavora come colf tre ore al giorno e mantiene in nero tutta la famiglia.
Assistenti sociali e famiglia affidataria dichiarano che si tratta di persone più che in gamba.
Eppure.
Nove anni, otto mesi, quattro giorni per avere un permesso di soggiorno cui aveva diritto dal primo giorno.

Cazzo.

Ora Wahid potrà seriamente curarsi, finalmente sentirsi un uomo con una dignità, finalmente trovare un lavoro vero e riunire la sua famiglia, mettere in regola sua moglie e cominciare a lasciarsi alle spalle la guerra, le torture, le umiliazioni subite in Sierra Leone e in Italia.

Il 1 giugno 2015, l'altro ieri, Wahid e Valery si sono sposati, da soli, al Comune, in silenzio. 
Poi mi hanno telefonato.





* per chi volesse leggere qualcosa sul conflitto in Sierra Leone
Disegni di Guerra - Giuseppe Berton, ed. EMI
Soldatini di Piombo - Giulio Albanese, ed. Feltrinelli
Il prezzo del coraggio - Mildred Hanciles, Rosamaria Vitale, ed. Dalai
Memorie di un bambino soldato - Ismael Beah, ed. Feltrinelli

**per chi volesse approfondire il viaggio di queste persone, può leggere Bilal, di Fabrizio Gatti, ed. BUR

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