giovedì 12 marzo 2015

afroitaliani #1 è davvero necessario definirsi?

Il sangue non è indio, polinesiano o inglese.
Nessuno ha mai visto
Sangue ebreo
Sangue cristiano
Sangue mussulmano
Sangue buddista.
Il sangue non è ricco, povero o benestante.
Il sangue è rosso.
Disumano è chi lo versa,
Non chi lo porta.
(R. Tagore)

Vorrei fare una premessa: ritengo che nello spazio pubblico, nello spazio della politica, non ci debba essere alcuna differenza – né di genere, né di provenienza geografica o economica, né di religione, né di abilità o disabilità, né di provenienza culturale o di orientamento sessuale.
Solo così, mettendo da parte ogni differenza, sarà possibile agire senza dimenticare nessuno, senza escludere nessuno, senza ingiustizie.
Nello spazio pubblico.
Cioè a dire prima di tutto nella costruzione delle leggi: chi fa le leggi non deve tenere conto di alcuna differenza e quindi in buona sostanza terrà conto di tutte.
Per esempio non amo le quote rosa: vorrei che la legge elettorale già di per sé fosse strutturata in modo da garantire l'elezione di persone preparate – e va dà sé che se il sistema garantisse pari accesso alla formazione non dovremmo stabilire quote di nessun genere.
Per esempio non amo i candidati politici scelti sulla base del colore della loro pelle ritenendoli dei perfetti rappresentanti della loro categoria: quale categoria? Come sappiamo un nero può anche essere leghista (e se fossi leghista mi chiederei che discernimento ha questa persona, non essendolo posso solo affermare che la libertà di scelta presupponga anche libertà di errore), un immigrato non è obbligato a occuparsi di immigrazione né ad essere di sinistra – i criteri per la scelta di chi ci rappresenta devono essere molto più ampi e inclusivi..

Nel privato, al contrario, credo che ciascuno debba essere incoraggiato e sostenuto nella sua ricerca e affermazione di identità.
Il bisogno di identificazione con un gruppo è fondante e un soddisfatto senso di appartenenza dà molti strumenti per vivere bene.
Ognuno di noi ha differenti gruppi di appartenenza: c'è quello famigliare e amicale, quello professionale, quello ideologico. E c'è il gruppo culturale, quello di genere, quello religioso.

Proseguiamo.

Mio figlio è nero.
O per essere precisi è marroncino, beige, ha i capelli ricci, i tratti a metà tra quelli miei che sono italiana bianca e quelli del papà che è senegalese nero: è, dunque, afroitaliano.
O per essere più precisi è italosenegalese.
Nulla vieta di usare entrambi i termini.

Quando però con un gruppo di famiglie miste abbiamo deciso di riunirci in una associazione abbiamo scelto il termine afroitaliani.
Il termine è stato coniato a Roma, dalla passione e dall'intelligenza di Flora e dell'associazione Afroitaliani/e, diversi anni fa.
Noi lo abbiamo adottato, e abbiamo costituito il gruppo delle Famiglie Afroitaliane di Milano.

Ma perchè? Che bisogno abbiamo di definire le persone in una qualunque maniera, che motivo abbiamo per avere questi pensieri e addirittura desiderare rifletterci insieme?

Lo scrittore afroitaliano Pap Khouma parla di black italians.
La blogger Meticciamente parla di una italia meticcia, che è il futuro.
Evelyne S. Afaawa diffonde, attraverso il suo blog Nappy Italia, racconta delle ragazze afroitaliane che scelgono la capigliatura afro naturale, NaturallyHappy.
Fred Kuwornu è un regista afroitaliano che sta girando un documentario sui neri nel cinema italiano.
Igiaba Scego è una scrittrice afroitaliana, Antonio Dikele Distefano è uno scrittore afroitaliano.
Sono tutte persone diverse tra loro, che hanno una cosa in comune: oltre ad essere neri, amano anche definirsi.

Paesi occidentali a maggiore densità di popolazione nera e mista dell'Italia, hanno affontato l'argmento e scelto una strada: perchè noi no?

Qualunque termine si voglia usare, il punto sta nel decidere di sostenere la ricerca identitaria di alcune persone.
Queste persone sono nere, a volte hanno una doppia cultura e vengono da famiglie miste, oppure sono nate altrove ma cresciute in Italia e crescono e amano e vivono la loro vita in una società a prevalenza bianca – una società così bianca che non riesce ancora a dire che Balotelli è un calciatore italiano, ma che ha bisogno di aggiungere che è di origine ghanese, che è nero, che è di colore.

Sono moltissimi i bambini di origine africana o asiatica che passano lunghe e complesse e dolorose fasi della loro vita e desiderare di non essere neri – perchè è da quando sono nati che si sentono dire ma che cariiiiino! Ma che bel negreeeetto! I bambini misti sono i più belli! Anche iiiiio vorrei tanto avere un bambino mulatto!
In questo modo i bambini misti e neri vengono spesso trattati da oggetti, da bambolotti, non gli si fa affatto un complimento: e non ci facciamo illusioni, loro lo capiscono benissimo, per piccoli che siano.
E se quando dico spesso non intendo dire sempre, non significa che queste cose non vadano affrontate.
Da cariiiini dopo pochi anni diventano brutti come la merda o scimmiotti, o orango, sui campi da pallone o in parlamento o a scuola, e si sentono dire che devono tornare a casa loro.
Oppure succede che il papà della sedicenne in fiore invita più o meno cortesemente la figlia a trovarsi un altro fidanzato, uno meno riconoscibile, o la mamma del fidanzato inizia a chiedere esci ancora con quella?
Queste cose succedono.
Non ci è ancora morto nessuno, o almeno non in molti* - ma se possiamo aiutare i nostri figli ad affrontarle meglio, perchè invece a volte ci facciamo un vanto di fare finta di niente?

Ci sono genitori che ritengono che sia più saggio educare i figli a cavarsela da soli, che decidono scientemente di rimuovere questa parola dal loro vocabolario e dalla loro quotidianità - come se guardare un figlio e dire è nero equivalesse sottosotto a dire è brutto, perchè così la società lo dice, e allora non diciamolo e speriamo che il tappeto non si sollevi.

Ci sono genitori che invece ritengono più saggio attuare una politica di assoluta ugaglianza e nomalizzazione di ogni differenza, che sia questa la via per una vita personale felice e anche per una vita collettiva felice.

Se io non posso assolutamente condividere i primi e ho invece solo alcune obiezioni verso i secondi, ho però deciso, da tempo, che la mia strada è quella delle differenze.

Io sono una donna, sono diversa da un uomo.
Sono anche una mamma, sono diversa da una donna che non ha figli.
Sono anche una mamma single, ho alcuni problemi da affrontare che sono diversi da quelli di una mamma in coppia.
Identificare le differenze e ricercare un ambito in cui le caratteristiche abbiano respiro, non significa né attuare una scala di valori, nè rinchiudermi in ambiti esclusivi.
Non sono solo una donna né solo una mamma né solo una single.
Sono anche un'amica, un'appassionata di serie tv, una counsellor, una cugina grande e una cugina piccola, una sorella, una sciatrice, un'adepta della pasticceria sotto casa, una furiosa lettrice, una persona impulsiva e emotiva, una blogger, un'allergica ai pollini e ai cretini.

Credo che il dono più grande che un genitore possa fare a un figlio sia quello della sicurezza di sé: alla base del vivere sociale c'è l'abbattimento delle differenze, ogni società attua una serie di regole e paletti entro cui stare, ad ogni latitudine, e non vede di buon occhio i portatori di differenze – un colore di pelle differente a tutt'oggi non è un dato neutro nella quasi totalità del mondo; dunque mirare a crescere un bambino, molti bambini, con un bagaglio di sicurezze che permettano loro di affrontare l'eterno sentirsi differenti anzì negare quell'eterno sentirsi, mi sembra importante.

Il mio compito non si esaurisce nel far capire a mio figlio quanto sia bello essere quello che si è: devo anche crescere un uomo gentile, un figlio rispettoso, un compagno attento, un amico affettuoso, un nipote dolce.
Devo anche crescere un uomo che abbia senso civico e rispetto per i valori democratici, una persona equilibrata in una società schizofrenica, un uomo onesto, una persona forte che sappia trovare la sua strada.
Ma se questi altri compiti li condivido con tutti gli altri genitori (almeno con quelli che non decidono che il valore più grande da insegnare al figlio sia la caccia al cervo o la caccia all'immigrato), il compito di crescere un figlio nero con la profonda consapevolezza che nero non è né peggio né meglio degli altri, lo condivido con gli altri genitori che si riuniscono nel gruppo delle famiglie afroitaliane.

Mio figlio è diverso.
Dai suoi amici bianchi e anche da me e da suo papà.
La sua pelle è diversa, le sue origini sono miste e molto diverse tra loro.
Basta avere gli occhi per vederlo e basta non averne paura, per dirlo: la diversità, a mio parere, non è un male in nessun caso. E' solo un dato di fatto, una realtà oggettiva. Non c'è niente di scandaloso né di umiliante nella diversità.
A meno che non ci sentiamo feriti dalla diversità tra il sole e la luna.

Sono stata cresciuta con la consapevolezza di quanto fosse bello essere femmina, con la convinzione che questo non comportasse alcuna differenza nello spazio pubblico collettivo come in quello personale, ma che avesse un enorme significato nella mia intimità emotiva.
Voglio che mio figlio cresca così.
Senza avere paura di pensarsi diverso e anche uguale, forte e portatore di pari diritti.
Anzi, non solo pari diritti, quello a cui hanno diritto i nostri figli è uno sguardo pari.
Quello che per Chimamanda Ngozi Adichie in Americanah è lo sguardo di un nero in Africa verso altri neri e verso sé stesso – contro allo sguardo che un nero riceve in Europa o in America e che impara ad avere anche su di sé.
Ma quello che io posso sopportare all'interno della mia cultura e di una società che ha per me uno sguardo pari, è identico a quello che può sopportare mia madre ed è diverso da quello che può sopportare mio figlio.

Però non passo le mie giornate a studiare quanto e come mio figlio è diverso da me.
Io lavoro e vivo, come tutti gli altri.
Non passo nemmeno le mie giornate a dirgli che lui è nero, a leggere libri con protagonisti neri, a guardare film con eroi neri.
Passo le mie giornate, come ogni altro genitore, a preoccuparmi del benessere del mio bambino e tra le varie cose su cui avere attenzione c'è anche questa.

Scrivo questo post perchè mi sono resa conto che nel dipanarsi della mia memoria in questo spazio, con voi, mancava un punto di riferimento che parlasse dei bambini afroitaliani e rispondesse a questa complessa domanda: che bisogno c'è di definirsi?
Spero di avere risposto e spero che vorrete mandarmi i vostri commenti, mi saranno utili.




*Mi vengono in mente alcuni casi recenti: Habtamu, 14 anni di origine etiope, adottato da una famiglia italiana, muore suicida nel 2013 perchè non riesce ad adattarsi all'ambiente in cui vive. Marco, di origine indiana, si toglie la vita nel 2002. Pietro Maxymillian, di origine brasiliana, 20 anni, uccide la fidanzata e si toglie la vita, nel 2014. Risgi, 16 anni, si uccide a roma nel 2012.
Forse il colore della pelle e il disagio di un adattamento (non loro alla società, ma della società a loro), non è l'unico fattore di queste tragedie, ma sicuramente non è un dato totalmente estraneo.
  

18 commenti:

Anonimo ha detto...

Non sono d'accordo. Per niente.
Io sono mamma di un bambino marroncino, come il tuo,anzi direi..un bambino. Punto. Perché è solo un bimbo di quattro anni e ha la stessa voglia di giocare, di imparare di un bimbo della sua età con la pelle bianca e gli occhi azzurri.
Noi viviamo in Senegal, quando torneremo in Italia per le vacanze..al parco le mamme mi chiederanno se è stato adottato e faranno commenti simili a quelli da te citati su quanto sia bello, un bambolotto ecc..
Qui in Senegal a scuola, i suoi compagni e i cugini lo chiamano toubab. Che faccio? Un gruppo per salvaguardarlo anche qui?
Fin da bambini tutti abbiamo affrontato prese in giro o commenti negativi. Tutti siamo uno diversi dagli altri. Chi viene attaccato perché è grasso, uno perché ha un difetto fisico, uno perché vive in una famiglia di religione diversa..
Perché proprio noi genitori dovremo creare gruppi dove ghetizzare la bellissima diversità dei nostri figli? È un problema forse dei genitori, ma non certo di un bambino. Il bambino sarà uomo e in grado di difendere la sua doppia cultura, i suoi colori e se i genitori sono stati bravi a farglielo capire..capirà di essere solo più fortunato degli altri.
E poi non esiste solo l'Italia..un giorno tuo figlio conoscerà altri paesi e realtà diverse dove essere mulatti non è niente di così strano..anzi è piuttosto "normale".
Se poi, mi parli di un gruppo dove confrontarsi e aiutare a crescere un figlio, OK la trovo un iniziativa brillante e di condivisione. Ma se la limiti agli afro italiani e lasci fuori il resto...diventa un esperienza limitata e limitativa nei confronti dei bambini.
Noi genitori dovremo essere i primi a non buttare sui figli le nostre paure, paranoie e creare dei problemi..che probabilmente ci saranno, ma non è così che per me vanno affrontati. E che magari sono molto meno importanti di altri problemi, di altra natura, che nella vita dovranno affrontare.

Cristina Sebastiani ha detto...

cara anonima,
ma chi ha mai parlato di ghettizzare? leggi da qualche parte che il mio bambino frequenta solo bambini misti?
la diversità dei nostri bambini non è bellissima nè bruttissima, è semplicemente una loro caratteristica. Punto, come dici anche tu.
E ti cito ulteriormente: "Il bambino sarà uomo e in grado di difendere la sua doppia cultura, i suoi colori e se i genitori sono stati bravi a farglielo capire": esatto.
Ne ragioniamo perchè vogliamo essere bravi a farglielo capire per quanto spetta a noi.
Ne ragioniamo, ci incontriamo e con l'occasione facciamo incontrare i bambini, ne scriviamo e ne discutiamo, ci chiediamo quali siano gli strumenti migliori per "farglielo capire" (che noi chiamiamo "dare loro gli strumenti per essere più forti, ma è esattamente lo stesso), ci scontriamo e aggiustiamo il tiro, scopriamo libri e giochi e ce li scambiamo.
Non so perchè, ma questo fa molta paura.

Per esempio in questo percorso abbiamo imparato che la parola "mulatto" è brutta, è negativa: deriva da mulo, il figlio sterile di una cavalla e di un asino, è una parola che appartiene allo schiavismo prima e al razzismo poi.
Semplicemente impariamo a non usarla, senza tante storie.

Per esempio impariamo che spesso le ragazzine nere sono le meno considerate nel gioco delle coppie degli adolescenti, con enorme dolore per loro in un momento cruciale della vita. Abbiamo imparato che possiamo essere noi genitori, con un atteggiamento positivo e propositivo ad aiutarle a crescere serene nonostante qualche delusione.

Sì, è vero, molti ragazzi affrontano delusioni e difficoltà e come dicevo, non è ancora morto nessuno (o non in molti): ma se possiamo aiutarli ad affrontare queste delusioni, perchè non farlo? Non capisco questa ostilità.
Nessuno obbliga te, a farlo.
Ma perchè critichi me? Perchè dai per scontato che nella mia vita io abbia scelto un ambiente di soli genitori misti, con figli misti, che tagli fuori chiunque altro e che questo mi sembri (nel caso io lo faccia) il modo migliore di proteggere mio figlio? Cosa sai, veramente, di me e di noi genitori delle associazioni afroitaliane?

Ti assicuro che nessuno di noi vive così.
Noi non abbiamo paura del mondo, ci viviamo come tutti, lo affrontiamo come tutti.
Ma abbiamo scelto di ragionare, riflettere, imparare, cosa significa essere neri in una società bianca per avvicinarci a quello che i nostri figli devono affrontare: quello sguardo addosso che nè io nè te avremo mai su di noi.

Tu leggi il mio blog, quindi questo argomento un po' ti interessa: non siamo diversi da te, siamo persone interessate ad un argomento specifico.
Punto.

Cristina Sebastiani ha detto...

aggiungo che se non sai nulla di me e di noi è perchè probabilmente fino ad ora non ci siamo spiegati e raccontati a sufficienza: questo post è il primo di una serie con cui speriamo di approfondire il nostro pensiero e il nostro agire.
tra pochi giorni proseguiremo con altri post e speriamo di farci capire meglio.

Cristina Sebastiani ha detto...

e aggiungo un'altra cosa: a nessun bimbo bianco sovrappeso, a nessuna ragazzina bianca con l'apparecchio succederà mai di sentirsi esattamente come un bimbo ostracizzato perchè nero - l'apparecchio si toglie, la ciccia si scioglie oppure resta una scelta (io amo molto le persone morbide), il colore della pelle è quello per tutta la vita e quando ti trovi sotto casa la scritta "negro boia" (vd. post precedente) non ti senti solo "preso in giro".
I nostri figli devono imparare ad essere fieri di sè, è un lavoro personale, culturale e politico molto più difficile di quello che sembra.

Medicine of God ha detto...

Per fare una puntualizzazione necessaria al primo commento,vorrei fare notare che un bambino marocchino non è nero o "misto", essendo i marocchini più vicini a noi, essendo anche essi un popolo mediterraneo, come gran parte degli italiani. Un marocchino può passare più per italiano bianco, di un bambino italiano con un genitore che viene dall'Africa Occidentale. Lo stesso fatto che in Senegal lo chiamassero "toubab", che vuol dire "uomo bianco" dimostra che non appartiene all'etnia nera.In alcuni paesi africani neri, possono chiamarlo arabo...Chi è nero o ha tratti somatici neri, perché ha almeno uno dei genitori neri, in una società a maggioranza marocchina, subisce lo stesso tipo di razzismo che subisce in una società a maggioranza bianca dove vige la supremazia bianca. Quindi bisogna sottolineare che le tematiche di una bambino di etnia mista banca e nera all'interno di una società a maggioranza non nera non sono le stesse di bambini misti di altre etnie. Il termine "afroitaliani", infatti in realtà è un sinonimo di "italiani neri" (più o meno neri che siano). E per ragioni storiche, sociali e culturali centenarie ben precise, in tutto il mondo, avere in sé anche solo una parte di etnia nera, evidente nel proprio fenotipo,determina un'esperienza di vita unica rispetto a quella di tutte le altre etnie e fusioni di etnie che esistono al mondo. Il punto cruciale e fondamentale del moderno ed odierno razzismo del nuovo millennio, è proprio negare questo dato di fatto indispensabile, adottando un approccio cieco ai colori, annullando e negando di fatto l'esperienza di chi ha un eredità etnica nera all'interno della società a prevalenza bianca ed ostacolando in questo modo la creazione di strumenti che salvaguardino l'uguaglianza dei diritti e della libertà di espressione e di formare un'identità personale in base alla propria esperienza, alle persone appartenenti a minoranze etniche. Questa è la nuova arma perniciosa del razzismo di nuova generazione che non può più nel nuovo millennio, permettersi di fare leva invece sulle differenze per negare i diritti, come faceva in passato e come continuano a fare ormai solo gli estremisti beceri ed ignoranti. Ai fini del raggiungimento della vera uguaglianza tanto predicata, questi ultimi, i beceri vecchio stile coloniale, sono meno pericolosi dei primi di nuova generazione, che lo fanno in modo moderato e senza urlare, predicando appunto l'uguaglianza, per mantenere invece la diseguaglianza e quindi la supremazia bianca.

Cristina Sebastiani ha detto...

grazie Medicine of God, è un piacere leggerti ed è una precisazione molto puntuale e utile la tua. grazie!

Cristina Sebastiani ha detto...

questo è di oggi, Annamaria Rivera sul Manifesto racconta scene di "normale" razzismo http://ilmanifesto.info/scimmia-torna-nella-foresta-e-tutti-zitti/

Anonimo ha detto...

prima di puntualizzare leggi bene medecine of god.hai tutto falso( marroncino non marocchino :)

Mour ha detto...

Bravissima Cristina Sebastiano!
Carte et concisione fans le raisonnement, arguments captivants et emouvant à certsins points..
Tout y est! Grandioso!
Sei stata la bocca di chi, come me non ha voce. Espero che gli articoli che seguiranno siano a l'altezza della tua.
Bonne continuation!

Anonimo ha detto...

Molto interessante quello che hai scritto.
Una sola precisazione: i tristi casi di ragazzi suicidi che hai citato in fondo all'articolo sono tutti, salvo folse l'ultimo, casi di ragazzi adottati. Ovvero vicende in cui, oltre alle problematiche della pelle, si aggiungono le problematiche dell'adozione, dell'abbandono, ecc.

Giuliana. Mamma adottiva di un ragazzo indiano.

Cristina Sebastiani ha detto...

Hai ragione, Giuliana.
Ho accomunato tutte le persone nere, che hanno effettivamente in comune il colore della pelle, ma poi ci sono vari distinguo da fare tra situazione e situazione.

Cristina Sebastiani ha detto...

grazie Mour! grazie davvero!

Anonimo ha detto...

Cara Cristina, non volevo essere ostile..e non ho mai pensato che le famiglie del vostro gruppo vivessero nel modo da te descritto. Mi auguro che nessuno lo faccia. Ma continuo a non pensare di portare mio figlio in un gruppo dove gli si dice che nell' adolescenza sarà fuori dal gioco delle coppie (ma chi lo ha detto??).
Non penso che faccia paura quello che fate..penso che molti genitori semplicemente non ne abbiano bisogno e non ne sentano la necessità.
Figurati se critico te,non ti conosco personalmente,ma non sono d'accordo. I nostri figli, come hai scritto, devono sentirsi fieri di quello che sono e secondo me questa non è la strada giusta per farlo.
Non devono sentirsi fieri di essere "afro italiani" (parola riduttiva..afro intesa come Africa è un paese enorme con grandi differenze culturali e con questo termine si generalizza) ma fieri di essere delle brave persone aldilà del colore della loro pelle.
PS l'esempio dell'obesa non mi sembra una diversità meno importante.. Purtroppo dall'obesità si puo non uscirne per tutta la vita,e non per scelta di essere morbide.

Anonimo ha detto...

Ciao Cristina, sono Marcia Tiana de Simone. Ho letto con attenzione tutto e ti rispondo condividendo le tue stesse parole: "Io sono una DONNA (...).Sono anche una MAMMA SINGLE, (...)Non sono solo una DONNA né solo una MAMMA né solo una SINGLE. Sono anche un'AMICA, (..)un' APPASSIONATA di serie tv, una , una CUGINA(...) una SORELLA(..), e ti sei definita anche "sciatrice, un'adepta della pasticceria sotto casa, una furiosa lettrice, una persona impulsiva e emotiva, una blogger, un'allergica ai pollini e ai cretini". Ecco in tutti i termini con cui ti sei definita io non ne trovo uno inventato ma sono tutti di uso comune. Codivido in pieno la volontà di definirsi perchè io come altri ho passato tutta via cercare un termine che mi definisse e sai cosa ho scoperto? Che quel termine esiste già! "Mulatta". Ho sentito troppo spesso inq uesto ultimo tempo la parola afro-italiano e devo dire che non la codivido e per questo non la utilizzo. Ti indico brevemente i motivi: 1) ha a che fare con una cultura ( africana ed italiana) ( ed io? che sono italiana e forse un po' brasiliana cm devo chiamarmi brasitaliana?). Si vuole dare importanza al fattoc he ci sono bambini ch ehanno 2 culture ( inq uesto caso servirebbe un termine generico) o si vuole dare importanza a quei bambini che nello specifico hanno al cultura afro-italiana? Ma i bambini non sono tutti uguali? Allora se tutti i bambini afroitaliani inizierannoa definirsi così come si sentiranno i bambini italo-cinesi o italo-bulgari o italo-tedeschi etc? Questo termine secodno me si aggiunge solo ad un miriade di altri termini che sono nati per esprimere una diversità o come dici tu in desiderio di identità. Ma cosa vuol dire cercare identità? trovarla nelle nostre definizioni, nelle nostre stesse parole? Che senso di identità ha una parola coniata ex-novo se non ha una sua storia un suo utilizzo nel tempo? essere neri vuol dire essere ( in alcuni casi essere africani in altri essere indiani per esempio ed è qui che c'è identità: nel confronto) ma afro-italiano cosa vuol dire realmente? Vuoi forse dire che i bambini di ieri non erano essi stessi frutto di 2 culture perchè non avevano un termine adattaoa definirs? 2) perchè la necessità di coniare nuove parole, per paura di alcune parole che identificano nel senso comune un disprezzo * ? 3) io la vedo così " non essere qualcosa ( es. non essere 100% italiano) è già di per se' una definizione di quello che si è. l'identotà si costruisce anche imparando quello che non si è. Non capisco il valore aggiunto di questa parola nella vita di tutti i giorni. Credo fermamente che non debbano essere madri a trovare termini per definire i propri bambini ( anche se questo è frutti di amore incodizionato) ma credo sia giusto che siano i bambini o gli uomini di domani atrovare parole in cui loro stessi si identificano. Mi chiedo: avete chiesto a votri bambini se a loro piace sentirsi chiamare afro-italiano? ( ovviamenete questa è uan domanda spunto di riflessione che il solo scopo di indagare le ragione di una scelta che io non codivido lungi da me giudicare l'operato di una madre ) *ps. vi consiglio un articolo che io ho scritto sulla mia pagina FB (Capelli Afro- Nappyland) a tal proposito (segue)

Anonimo ha detto...

“ I mulatti sono l’incrocio tra l’asino ed il cavallo”
Sicuri che stiamo ancora parlando di capelli afro?

L’atmosfera è calma e colorata e tutti mi appaiono felici di conoscersi o ritrovarsi. Al tavolo è servito del buon cibo africano, i posti a sedere sono sparsi per tutta la sala dell’ostello ma sono i capelli afro che la fanno da padrone. Chiome voluminose per tutta la stanza sembrano voler raccontare il loro nappy journey, alcune ragazze hanno il protective style, altre invece amano dosare la stiratura chimica donando al capello un effetto afro meno definito ma pur sempre bello. I colori sgargianti degli abiti valorizzano perfettamente le diverse tonalità cromatiche della pelle delle ragazze presenti, qualcosa ci unisce, i capelli afro, ma in realtà siamo tutte diverse. L’ orgaizzatrice dell’evento mi accoglie con un saluto e mi invita a servirmi al buffet. E’ vestita bene ed il pantalone dalle stampe africane, che racconta aver indossato apposta per l’ occasione, è sfoggiato con classe e consapevolezza. Vedo uno sguardo di una donna forte e mi chiedo se anche lei , come me, sia andata fino ai confini più oscuri dell’ ego per cercare la sua identità. Quando ero piccola mi guardavo allo specchio e mentre pettinavo i capelli le setole del pettine a volte si spezzavano ma io non mi rassegnavo. Prendevo una maglia, la infilavo in testa come fosse un velo, con un elastico facevo una sorta di coda di cavallo ed immaginavo di essere Sailor Moon. Di guerriere sailor, però, non vi era nessuna che mi assomigliasse davvero, così come tra le principesse disney tutte bionde e dal candido volto. Perfino le bambole che avevo non mi somigliavano e quel bambolotto africano che avevo visto in tv era molto più scuro di me. C’è da dire che anche io non somigliavo alla mia mamma e questo non mi dispiaceva affatto poiché lei diceva sempre “ i bambini nascono dalla pancia della loro mamma ma tu invece hai fatto un altro viaggio: sei nata dal mio cure”. La diversità non mi ha mai spaventata ne’ tanto meno turbata anzi mi ha permesso di acquisire una grande sensibilità per quello che è il rispetto della diversità stessa nelle sue forme più svariate. Con la mente ritorno nella sala ricca di gente ma si è già fatta l’ora di andare nell’altra stanza. La presentazione procede bene, un po’ lunga, ma interessante: la fondatrice racconta la sua storia e parla della nascita della pagina e di come questo sito le permetta di andare ad eventi con il titolo di blogger, mostra le foto delle ragazze e la parte più interessante è quando delle ragazze con i capelli afro intervengono raccontando la loro storia, poi ci sono i ringraziamenti ed alla fine gli applausi. A seguito della presentazione arriva il momento delle domande. Alzo la mano un po’ titubante e chiedo “ si fa sempre riferimento al termine afro-italiano, come può una ragazza non africana come me riconoscersi in questo termine? Io ad esempio sono Brasiliana” ( non ricordo esattamente le parole ma il senso della domanda era questo). Da lì inizia un dibattito in cui emerge il fatto che in realtà la rappresentanza delle persone come me è inserita nel blog attraverso la terminologia “ persone Miste”. (segue)

Anonimo ha detto...

A supporto di questa tesi emerge che alle persone Miste è stato fatto anche uno speciale trattamento di favore in quanto esse non vengono e non verranno mai indicate nel blog come “persone mulatte” perché mulatto, per chi non lo sapesse, è dispregiativo a quanto pare. Esso indica infatti ” l ‘incrocio tra l’asino ed il cavallo”, un essere ibrido insomma. Così ho appreso ieri. Mi era già capitato di parlare del termine mulatto. Durante un confronto di carnagione in cui io ingenuamente avevo affiancato il mio braccio a quella di una ragazza dalla carnagione simile alla mia e dopo averle dato della mulatta mi ero accorta che quella parola era stata percepita come una grande offesa. Quando ho cercato di indagare le ragioni di quel disappunto “ credevo fossi mulatta” lei mi ha risposto “ certo che no. Mulatto vuol dire mescolato con un bianco”. Era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere ero spaesata e confusa per cui decisi di cambiare argomento. Una volta a casa ho riflettuto sul significato di quella risposta e sono giunta ad un ‘unica conclusione: che tu sia nero o che tu sia bianco difenderai sempre il tuo gruppo di riferimento. Per tutta la vita mi sono sentita una nera tra i bianchi ed ora invece mi dicono che sono “ mescolata con il bianco”. Insomma io chi sono? A me non dispiace definirmi mulatta, d’altronde l’ unico significato che io gli associo è di risultato di diversi geni (etnicamente parlando). Non bisogna vergognarsi nel dire la parola mulatto, associare a questa parola un significato negativo tanto da escluderlo dai testi è per me dare ancora quella valenza dispregiativa al termine. È vero si può dire Misto, ma perché dare volutamente un’alternativa “più gentile”? Perché ad alcune mamme può dar fastidio sentir chiamare il proprio figlio mulatto? E’ questo che condanno, il silenzio, far diventare questo un argomento tabù. Che a me chiamino mista o mulatta non cambia ma io vorrei che mia figlia un domani nascesse in un ambiente privo di tacite discriminazioni, in cui si sentisse libera di definirsi per quello che realmente è: un incrocio di due persone che si amano.

Cristina Sebastiani ha detto...

Ciao Marcia, il tuo contributo è prezioso e importante e ti rispindo.
Riprendo dal tuo articolo " che tu sia nero o che tu sia bianco difenderai sempre il tuo gruppo di riferimento. Per tutta la vita mi sono sentita una nera tra i bianchi ed ora invece mi dicono che sono “ mescolata con il bianco”. Insomma io chi sono? A me non dispiace definirmi mulatta, d’altronde l’ unico significato che io gli associo è di risultato di diversi geni (etnicamente parlando). Non bisogna vergognarsi nel dire la parola mulatto, associare a questa parola un significato negativo tanto da escluderlo dai testi è per me dare ancora quella valenza dispregiativa al termine. È vero si può dire Misto, ma perché dare volutamente un’alternativa “più gentile”? Perché ad alcune mamme può dar fastidio sentir chiamare il proprio figlio mulatto? E’ questo che condanno, il silenzio, far diventare questo un argomento tabù. Che a me chiamino mista o mulatta non cambia ma io vorrei che mia figlia un domani nascesse in un ambiente privo di tacite discriminazioni, in cui si sentisse libera di definirsi per quello che realmente è: un incrocio di due persone che si amano. "
a me non dispiace che a te non dispiaccia definirti mulatta - è una parola che io non amo a causa del suo significato, ma questo non significa che io faccia delle differenze o che non ami le persone nere, miste, mulatte, meticcie, afroitaliane, italoafricane o comunque desideriate chiamarvi.
alla fine di tutto questo, sicuramente, siete voi, che vivete sulla vostra pelle e nella vostra storia questa mescolanza a decidere come chiamarvi e come identificavi.
il tuo punto di vista è fondamentale e importante.
in questi giorni qualcuno mi ha chiesto se ho domandato a mio figlio se gli fa piacere definirsi afroitaliano: no, non gliel'ho domandato e non è nemmeno fondamentale farlo - e non perchè il suo parere non conti, perchè conta moltissimo - ma la mia battaglia è anche culturale (o politica se vuoi, nel senso civico del termine): io desidero che mio figlio abbia un forte senso di sè e questo mi sembra uno strumento utile per contribuire a darglielo, però lui deve essere libero di rifiutare questo strumento, se lo desidera; allo stesso tempo desidero che la società italiana, non ancora abituata a discutere di questo perchè non ancora abituata a considerare chi è diverso da chi detiene il potere (molto o poco) come pari, si abitui. Quindi, comprendo perfettamente il tuo punto di vista, tu un percorso l'hai già fatto e hai fatto una scelta del tutto rispettabile.
La cultura italian però è ancora molto indietro e anche noi, oltre a te, possiamo contribuire.

Cristina Sebastiani ha detto...

carissima anonima, non sei stata ostile, hai espresso il tuo punto di vista.
non penso che tu sia obbligata a pensarla come me, ma sicuramente c'è un equivoco: nessuno di noi si permetterà mai di dire ai ragazzi che loro sono fuori dal gioco delle coppie! che genitori saremmo??
il punto è che se io non ci andassi, io non avrei certe informazioni (nel caso specifico lo dicono le statistiche inglesi e americane - che non sono italiane quindi solo indicative - e lo dicono le esperienze di alcuni dei genitori incontrati) e non avendole, SE MAI SUCCEDESSE, avrei meno strumenti per reagire e aiutare mio figlio.
questo è solo uno dei vantaggi di questo gruppo (il supporto ai genitori), perchè poi c'è anche altro (se vuoi leggi il post di oggi che racconta l'attività).

e quanto all'" al di là della loro pelle", questo proprio mi trova in disaccordo: si va al di là di qualcosa che non si desidera considerare come problematica e in questo concordo (nemmeno io vorrei considerarla un problema o una differenza problematica) ma realisticamente lo è, dunque preferisco lottare per valorizzare dove altri cercheranno di far vergognare piuttosto che lasciare che il lavoro lo facciano solo questi altri.